Linguaggio umano ed evoluzione darwiniana: obiezioni logiche.

di Pietro Antonio Ferrisi

Tra le molteplici osservazioni critiche che gravano sulla teoria darwinista dell’evoluzione è possibile annoverare anche alcune considerazioni di ordine logico inerenti alle spiegazioni dei processi evolutivi che avrebbero dato origine al linguaggio umano.

Secondo lo schema classico della teoria neodarwinista la spiegazione del fenomenizzarsi di un nuovo carattere destinato a fissarsi nella popolazione è così sintetizzabile:

(a) mutazioni casuali e cumulative di parti del genoma;

(b) novità fenotipica a livello di organi, strutture o funzioni;

(c) pressione selettiva determinante nell’eliminare i fenotipi non mutanti e nell’avvantaggiare quelli mutati;

(d) tempi evolutivi lunghissimi garanti della graduale stabilizzazione del carattere nella popolazione.

Le osservazioni critiche che seguono sono finalizzate a dimostrare come il meccanismo mutazione genetica casuale – novità fenotipica – vantaggio selettivo – migliore fitness, rientra nella dimensione della mera possibilità immaginativa, la quale, però, ad un’analisi dettagliata risulta violare in modo surrettizio i limiti teoretici imposti dalle possibilità della logica e dell’incontrovertibile evidenza empirica.

Sul fondamento dell’esperienza umana è universalmente noto che i bambini imparano a parlare solo a condizione di aver precedentemente udito il linguaggio degli adulti. I contenuti linguistici non sono innati nella mente umana, ma vengono assunti tramite l’esperienza (nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, dicevano i sensisti del Settecento), in assenza della quale è impossibile sviluppare la facoltà del linguaggio, come dimostrato dalle stesse esperienze dei bambini-lupo. Non si tratta di racconti leggendari come quello della fondazione di Roma, dove si narra che Romolo e Remo furono allattati da una lupa. Nella storia umana, infatti, si registrano almeno 50 casi di bambini dispersi in luoghi selvaggi, ma sopravvissuti per essere stati allevati fin da piccoli da animali che li hanno nutriti. Una volta che però sono stati reinseriti nel consorzio umano non solo hanno mostrato di essere incapaci di parlare, ma hanno addirittura manifestato l’inabilità ad imparare la lingua che si tentava di insegnare loro.

Il caso forse più celebre è del 1798, allorché nei boschi francesi fu trovato un ragazzino di 12 anni, Victor, il quale totalmente nudo mordeva e graffiava come un animale. Rinchiuso in un istituto per sordomuti, qui venne prelevato dal medico Jean Itard che ne tentò il recupero comportamentale e linguistico. Egli segnò su un diario tutti i progressi fatti dal ragazzo nel corso di 5 anni. Progressi limitati, però: Victor imparò abbastanza presto a comunicare con una sorta di pantomime (per esempio, se voleva uscire portava il cappotto e il cappello al suo tutore), ma non riuscì mai a parlare. Cominciò a scrivere diverse parole, verbi e aggettivi (gli fu insegnato prima ad accoppiare oggetti ai disegni che li mostravano, poi parole scritte ai disegni), ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in un discorso in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferivano1.

Quindi non solo il linguaggio non è innato, ma la stessa predisposizione universalmente innata nella mente umana ad imparare una qualsiasi lingua (come sostenuto dall’autorevole linguista Noam Chomsky) risulta compromessa se nelle fasi sensibili della crescita l’infante non riceve gli input linguistici adeguati capaci di innescare lo sviluppo del linguaggio. Conseguentemente se la conditio sine qua non dell’attivazione della facoltà linguistica del bambino è data dalla possibilità di ascoltare, non rumori o semplici suoni non articolati emessi da un animale, ma una qualsiasi lingua, sorge spontaneo un interrogativo: come ha potuto il primo cucciolo di uomo sviluppare la facoltà del linguaggio in assenza di un genitore che sia stato a sua volta dotato di questa elevata capacità cognitiva che contraddistingue la specie umana tra tutte le altre del pianeta?

Il primo infante che ha iniziato a parlare per “mutazione casuale” deve infatti essere derivato da un progenitore non dotato a sua volta di una genetica predisposizione al linguaggio. Se quindi il primo ominide dotato di un linguaggio articolato non ha potuto attuare una simile facoltà in ragione di una mancata trasmissione dei contenuti linguistici da parte del proprio genitore, in che modo ha sviluppato questa facoltà cognitiva superiore? Anche se si accetta l’ipotesi di una mutazione casuale che abbia determinato la formazione delle strutture fonatorie atte all’articolazione della parola (laringe, faringe e lingua con le strutture ad essa correlate), non è però possibile pensare anche alla creazione di moduli cerebrali linguistici capaci di permette all’infante di iniziare a parlare in modo autonomo. Una tale ipotesi assumerebbe che l’infante avesse, grazie alla suddetta mutazione, contenuti linguistici innati che sarebbero spontaneamente passati dalla potenza all’atto. Ipotesi altamente improbabile perché smentita dall’esperienza quotidiana di miliardi di madri che non registrano alcun innatismo linguistico nei propri figli. Scrive al riguardo Ian Tattersal, uno dei massimi esperti mondiali di archeo-antropologia: “[…] è presumibilmente vero che il linguaggio articolato dell’uomo attuale – che coinvolge non solo i meccanismi neurali ma anche un apparato esterno per la sua produzione – non può essere balzato fuori nella sua forma perfetta dalla laringe di una specie completamente inarticolata”2. Il darwinista, quindi, non potrà che proporre un’evoluzione graduale, come sostiene Michael Corballis, secondo cui “l’invenzione di una lingua parlata autonoma può aver richiesto tanto l’eliminazione di gesti manuali quanto l’invenzione di nuove parole. Per esempio, i prodromi di una lingua parlata autonoma potrebbero essere apparsi all’inizio sotto forma di grugniti usati per accompagnare i gesti; poi la gamma dei “gesti orali” venne ampliata rendendoli udibili, oppure nuove emissioni di voce vennero aggiunte ai suoni orali per creare nuove varianti, /d/ da /t/ e /b/ da /p/”3. Una tale modalità evolutiva però, nel caso specifico del linguaggio, oltre a scontrarsi con le ben note obiezioni inerenti al gradualismo, si imbatte anche in difficoltà di ordine logico più specifiche.

1) Secondo la logica darwinista dell’evoluzione l’acquisizione della prima o delle prime parole costituirebbe un nuovo carattere capace di dotare il suo portatore di una maggiore fitness e quindi una superiore capacità di sopravvivenza mediante un più elevato tasso di riproduzione, fattore selettivo essenziale al fine di fissare la novità fenotipica nella popolazione. Non si comprende però per quale motivo l’acquisizione di una semplice parola articolata, cioè dotata di contenuto semantico, possieda la potenzialità di incrementare la fitness del proprio portatore rispetto ai fenotipi non mutanti. Se, infatti, ai fini della sopravvivenza, la funzione essenziale del linguaggio fosse stata di natura informativa (per es., qui cibo!, là pericolo!) non si rende ragione di quale possa essere stato l’esito vantaggioso di una embrionale comunicazione verbale da parte di un primate che avesse pronunciato per la prima volta una parola rivolta ad altri primati incapaci di intenderla in quanto privi delle corrispondenti mutazioni necessarie a determinare la formazione di un’analoga novità fenotipica di natura linguistica. Certamente l’evoluzionista darwiniano potrà controargomentare sostenendo la propria tesi mediante elaborati scenari in cui il “caso” avrebbe potuto far emergere un’identica mutazione fortuita in un conspecifico, capace in tal modo di rappresentare un referente adeguato per l’effettiva comprensione della prima parola nascente dotata di valore semantico. È questo uno schema classico delle soluzioni darwiniste che si caratterizza per la discratica congiunzione tra un’ipotesi ad hoc4 (congettura immaginaria possibile in quanto non contraddittoria, ma priva di contenuto empirico verificabile) e un evento altamente improbabile (improbabilità stimata come condizione sufficiente per risolvere l’aporia, in quanto pensata come non impossibile a livello di immaginazione mentale, essendo un tale evento non contraddittorio per il pensiero logico).

2) Sembra appurato come la comunicazione vocale sia sviluppata nelle scimmie antropomorfe, ma che nonostante ciò non costituisce l’inizio di uno stadio pre-linguistico. Secondo I. Tattersal, infatti, “gli studi degli scimpanzé allo stato selvaggio hanno rivelato che sanno produrre una vasta gamma di richiami: sono state identificate e denominate oltre trenta vocalizzazioni diverse. […]. Alcune sono caratteristiche di particolari attività, ma nessuna di esse, per esempio, sembra comunicare istruzioni. Anche quando sono impegnati in comportamenti complessi come la caccia in gruppo, i singoli scimpanzé sembrano regolare la propria condotta più sui movimenti degli altri che sui suoni emessi. Ciò che le loro vocalizzazioni sembrano riflettere con precisione, invece, è lo stato emozionale dell’individuo che le emette, un’informazione d’importanza capitale in una società basata su complessi rapporti interindividuali. […]. Anche fra loro la produzione di suoni sembra essere controllata dal sistema limbico e dal tronco encefalico, due strutture antiche coinvolte nelle risposte emozionali […]. I centri cerebrali “più alti” non sembrano avere alcun ruolo. È tutt’altra cosa rispetto al linguaggio umano, le cui basi si trovano proprio in quei centri […]”5. Conseguentemente Tattersal conclude che “non solo gli scimpanzé non possiedono un linguaggio, ma non lo possiedono nemmeno in forma embrionale”6. Anche nel caso in cui si concedesse la possibilità di un continuum tra vocalizzazioni emotive dei primati e linguaggio articolato umano, cioè pur concedendo che le emozioni vocalizzate abbiano avuto in passato un valore non solo emotivo, ma anche istruttivo, non appare razionalmente plausibile un passaggio al suono articolato del verbo umano volto a trasmettere messaggi istruttivi ai conspecifici. Infatti, una vocalizzazione finalizzata a trasmettere un contenuto comunicativo dotato di valore di sopravvivenza non risulterebbe meno adattiva rispetto alla comunicazione tra conspecifici mediante parole embrionali veicolanti le medesime istruzioni. In altre parole: se la prima mutazione genetica volta a favorire il futuro sviluppo di un linguaggio pienamente articolato ha permesso unicamente di verbalizzare una parola, una simile facoltà non introduce nel suo portatore alcun vantaggio selettivo rispetto ai suoni inarticolati – ma dotati di valore comunicativo per i membri della propria specie – di cui sono dotati molti animali. Non è perciò per niente manifesta la ragione selettiva per cui un simile nuovo carattere si sarebbe dovuto fissare nella popolazione soppiantando i fenotipi non mutanti.

Le argomentazioni esposte mostrano come l’universale schema neodarwinista (mutazione genetica casuale – novità fenotipica – vantaggio selettivo – migliore fitness) veda l’inficiarsi della propria ferrea consequenzialità nel momento in cui l’indagine razionale, scevra da ogni a priori ideologico, si applica nel tentativo di individuare dove si annidano le contraddizioni logiche implicite negli scenari evolutivi icasticamente costruiti dai darwinisti. Già il filosofo Immanuel Kant distingueva tra “immaginare” e “pensare”. All’interno della dimensione conoscitiva della scienza, ogni immaginare soluzioni teoriche finalizzate ad inquadrare causalmente le relazioni tra i fenomeni ha l’obbligo di superare il non negoziabile banco di prova di un duplice livello di possibilità, logica e ontologica.

La possibilità logica, cioè la conformità del pensiero con il principio logico di non contraddizione e del terzo escluso, costituisce la condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché un’ipotesi degna di statuto scientifico possa essere presentata quale interpretazione esplicativamente adeguata dei fenomeni osservati. È infatti possibile, per la facoltà dell’immaginazione, offrire soluzioni apparentemente soddisfacenti dei fenomeni da spiegare, ma che infrangono surrettiziamente i principi logici di non contraddizione e del terzo escluso oppure che li ottemperano – in quanto fornite di coerenza formale – senza per questo superare il livello dell’ipotesi ad hoc, cioè di una congettura priva di potere predittivo e ipso facto, deficitaria di un potenziale empirico sia verificabile o falsificabile.

La possibilità ontologica, rispetto a quella logica, rappresenta la condizione sufficiente di un’ipotesi scientifica, cioè il livello più elevato per qualificare come dotata di validità epistemica un’asserzione che abbia la presunzione di essere dotata di effettivo contenuto empirico vertente sul mondo della natura. È il livello della verifica sperimentale in cui, mediante l’allestimento di un experimentum crucis, lo scienziato dirime in modo incontrovertibile se un’ipotesi risulta corroborata o falsificata dall’esperienza.

In base alle suddette considerazioni la teoria darwinista dell’evoluzione non solo risulta incapace di pervenire al radicalmente dirimente livello della possibilità ontologica7, ma si presenta addirittura come una costruzione ipotetica non dotata di dignità epistemologica in quanto non in grado di superare il livello epistemico minimale – la condizione necessaria propria della possibilità logica – cioè la conformità del pensiero con il principio logico di non contraddizione e del terzo escluso.

1. Cfr. Focus.it, 7 Aprile 2017.

2. I. Tattersal, Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali, tr. it., Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 63.

3. Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, tr.it, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p 273.

4. In ambito epistemologico si parla di ipotesi ad hoc quando all’interno di una teoria scientifica viene inserita un’ipotesi ausiliaria per salvare la teoria stessa dalla possibilità di essere inficiata da fenomeni che essa non riesce a spiegare oppure che la confutano direttamente. Le ipotesi ausiliarie sono epistemologicamente ammissibili, in quanto le teorie non costituiscono mai, per definizione, verità incontrovertibili, non essendo possibile dimostrarne la loro natura definitiva, cioè che nel futuro non potranno essere sostituite teorie alternative in grado di fornire una più esauriente lettura dei fenomeni oggetto di interpretazione. Tuttavia, è necessario distinguere tra ipotesi ausiliaria e ipotesi ad hoc, in quanto i due tipi di ipotesi non si riferiscono a concetti semanticamente equipollenti. La prima, infatti, costituisce un’ipotesi lecita finalizzata a correggere e perfezionare una teoria e trae la propria dignità epistemologica dall’essere fornita di contenuto empirico, verificabile o falsificabile; la seconda, invece, rappresenta una congettura capace di “salvare i fenomeni”, senza però indicare quale esperimento o fenomeno osservato sarebbe in grado di corroborare la validità di una tale ipotesi. Gli scenari possibili per l’immaginazione sono potenzialmente sterminati, ma la reale scientificità di una teoria esige che l’ipotesi proposta non appartenga alla sola dimensione mentale dei mondi possibili, ma sia corroborata dalla fattualità empirica.

5. Ibidem, pp. 56-57.

6. Ibidem, p. 58.

7. Al riguardo si rimanda alle considerazioni di ordine epistemologico dell’illustre fisico Antonino Zichichi elaborate nel libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, Il Saggiatore, Milano 1999, pp. 81 – 94.

Fotografia: Vittorio Ricci

ricci.v@libero.it

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