FAQ

Che cos’è l’Intelligent Design?

L’Intelligent Design (di seguito ID) è una teoria che spiega come alcune caratteristiche dell’Universo e degli esseri viventi siano frutto di una causa intelligente e non di un processo casuale.

Non è un’argomentazione negativa o basata sul concetto del “Dio tappabuchi” (ovvero, se non so dare una spiegazione a un fenomeno, allora significa che è intervenuta una forza soprannaturale per generarlo o per esprimerlo), ma un argomento positivo, basato sull’esperienza uniforme e ripetuta che tutti gli uomini hanno, da sempre, del rapporto che esiste fra una causa e un effetto, un concetto che sta alla base della scienza stessa. Non si fonda, cioè, su ciò che l’uomo non sa, al contrario proprio su ciò che l’uomo sa: vale a dire che l’intelligenza è una condizione necessaria e sufficiente per la produzione di nuova informazione complessa e specificata funzionalmente. L’inferenza all’ID è basata su una metodologia scientifica robusta e convenzionale. Utilizza il metodo storico o adduttivo e deduce la spiegazione migliore rispetto a molteplici ipotesi concorrenti: un metodo scientifico standard, questo, ampiamente conosciuto e applicato, per esempio dal naturalista inglese Charles Darwin nella propria opera L’origine delle specie.

Questo metodo richiede necessariamente l’esame delle principali ipotesi concorrenti proposte dagli scienziati per spiegare un fenomeno avvenuto del passato lontano. Come Darwin (ma anche come uno dei suoi mentori scientifici, il geologo scozzese Charles Lyell), gli storici e i filosofi della scienza hanno compreso come, per essere in grado di produrre un effetto, la spiegazione migliore faccia di frequente ricorso a cause note oggi, le uniche del resto a poterlo fare.

Pertanto, rispetto alle cause di molti aspetti e di numerose caratteristiche del cosmo, nonché della complessità e della diversità della vita, l’ID porta a identificare scientificamente ed esclusivamente come unica causa possibile un’agenzia intelligente.

Centrale all’ID è un concetto di informazione ulteriore rispetto alle formulazioni di esso prodotte dalla matematica e dalla fisica (Claude Shannon, Andrej N. Kolmogorov, e così via) onde riaffermare quelle nozioni di “senso” e di “significato” legate appunto all’informazione che costituiscono un fattore inevitabile dell’informazione stessa così come applicata, per esempio, alla biologia e alla genetica.

L’Intelligent Design è una teoria scientifica?

L’Intelligent Design (ID) è una teoria scientifica che adotta lo stesso metodo usato dalle scienze storiche adduttive per stabilire come certe caratteristiche dell’Universo e degli organismi viventi siano spiegati meglio facendo ricorso a una causa intelligente che non a un processo casuale privo di finalità qual è la selezione naturale.

I teorici dell’ID sostengono infatti che l’inferenza al design possa avvenire attraverso lo studio delle proprietà dell’informazione biologica presente nella natura allo scopo di stabilire se essa presenti le caratteristiche che nella nell’esperienza comune le persone attribuiscono inequivocabilmente a una causa di natura intelligente. Il tipo di informazione, osservabile empiricamente, che è prodotta da un’attività intelligente viene generalmente definita «complessità specificata» o «informazione complessa e specificata» (in inglese complex and specified information, CSI). Un oggetto o un evento sono complessi e specifici se sono statisticamente improbabili e se corrispondono a un modello indipendente da regole o da leggi naturali o matematiche, pur possedendo un contenuto, un significato, una funzione.

Oltre allo sviluppo della complessità biologica, campo di cui si occupa direttamente l’ipotesi dell’evoluzione, l’ID abbraccia ambiti più ampi. Per questo le evidenze scientifiche dell’ID si manifestano in ambiti quali la fisica, la cosmologia e l’origine della vita.

Un esempio di conferma di questo tipo, ma lasciando i dettagli specifici a considerazioni future, è la «regolazione ottimale» (fine tuning) delle leggi fisiche e chimiche: tali leggi sono infatti certamente complesse, poiché altamente improbabili da un punto di vista statistico, e specificate, in quanto corrispondenti i parametri necessari per consentire l’esistenza della vita e di tutto quanto la circonda.

Per quanto concerne l’origine della vita, l’ID riscontra che la quantità di informazione genetica necessaria anche solo a una prima forma di vita “semplice” non è una condizione attribuibile a leggi chimiche o fisiche, soddisfacendo quindi il requisito di complessità, e che la specificità viene data dalla enorme quantità di nucleotidi delle sequenze codificanti che si sarebbe resa necessaria per le funzioni vitali, pur ridotte al minimo.

Investigando invece la complessità biologica, attraverso esperimenti di «ingegneria inversa» delle attuali strutture viventi, è possibile scoprire e verificare una forma caratteristica di CSI, nota come «complessità irriducibile». Questa permette di confermare sia la complessità sia la specificità attraverso l’osservazione delle strutture biologiche della cellula, tra le quali figurano fabbriche in miniatura, motori nanometrici, centrali per la produzione di energia, sistemi per la gestione dei rifiuti, portali di accesso intelligenti, vie e mezzi di trasporto molecolari, unità di elaborazione centrale (CPU) e molto altro.

La teoria dell’Intelligent Design è compatibile con l’ipotesi dell’evoluzione?

L’argomento è tanto importante ed interessante, quanto ampio e complesso: sintetizzando e semplificando, la risposta è che dipende da cosa si intenda con l’espressione «evoluzione».

Se con «evoluzione» s’intende la «variazione» e l’«adattamento» di un organismo vivente nel corso del tempo, conflitti intrinseci tra evoluzione e ID non ce ne sono. Anche definendo l’evoluzione come la relazione evolutiva possibile tra specie viventi diverse, aventi, in taluni casi, un’ascendenza comune, potrebbero non esserci problemi di compatibilità con l’ID.

L’ID si pone invece in alternativa frontale all’ipotesi che la diversità presente nella natura sia spiegabile esclusivamente e principalmente attraverso la mutazione casuale e la selezione naturale, concetto questo, proprio all’ipotesi evoluzionistica dominante, detta «neo-darwinismo».

È infatti analizzando i dettagli della natura di questi meccanismi ‒ e di diversi altri ‒ che l’ID emerge come la spiegazione migliore della comparsa e dello sviluppo della vita sulla Terra.

L’Intelligent Design è una teoria “creazionista”?

No. In aggiunta alle definizioni date nei post precedenti si può specificare ulteriormente che l’ID sia una teoria che cerca semplicemente di stabilire se il “design apparente” nella natura, riconosciuto praticamente da tutti i biologi, sia un design genuino, ovvero il prodotto di una causa intelligente, oppure semplicemente il risultato di un processo privo di direzione intelligente, come la selezione naturale, la quale agisce sulle variazioni determinate dalle mutazioni o da altri processi casuali.

Il creazionismo si focalizza invece principalmente sull’interpretazione letterale del racconto del libro biblico della Genesi o di altri testi sacri e religiosi. Diversamente, la teoria scientifica dell’ID è agnostica rispetto all’autore del design e di per sé non si prefigge la difesa di questi argomenti. Questi rientrano infatti in un campo completamente diverso, la teologia, di cui l’ID non si occupa, sebbene gli argomenti che tratta possano avere profonde implicazioni nella filosofia e appunto anche nella teologia. D’altronde questo è vero anche per altre ipotesi scientifiche (l’evoluzione, il “big-bang”, e così via).

I critici onesti dell’ID riconoscono queste differenze non banali. Il prof. Ronald Numbers, per esempio, storico statunitense della scienza ed esperto del creazionismo, benché critico dell’ID, riconosce che «l’etichetta creazionista non descrive accuratamente il movimento dell’ID».

Nonostante questo, triste a dirsi, in mancanza di contro-argomentazioni sufficientemente valide da confrontare con quelle proposte dalla teoria dell’ID, alcuni preferiscono utilizzare questo tipo di strategia retorica (che in logica corrisponde a una ben nota fallacia, l’argumentum ad hominem), pensando così di screditarla o delegittimarla.

Esistono studiosi affermati nella comunità scientifica che sostengono la teoria dell’ID?

Sì. La teoria dell’Intelligent Design è sostenuta da scienziati teorici, accademici e ricercatori in varie università e centri di ricerca nel mondo.

Tra i più conosciuti possiamo certamente elencare il biochimico Michael Behe dell’Università di Lehigh, il microbiologo Scott Minnich dell’Università dell’Idaho, il biologo Paul Chien dell’Università di San Francisco, il chimico quantistico Henry Schaefer dell’Università della Georgia, il genetista Norman Nevin (emerito) alla Queen’s University di Belfast, il matematico Granville Sewell all’Università di El Paso in Texas, il medico genetista Michael Denton, il professore di ingegneria alla Baylor University Robert J. Marks, il biologo molecolare Douglas Axe, scienziato ricercatore all’Università di Cambridge, al Cambridge Medical Research Council Centre e al Babraham Institute di Cambridge, il biologo e paleoentomologo Günther Bechly, Università di Tubinga, anche curatore della sezione sui fossili del Museo statale di storia naturale di Stoccarda, il biologo Ralph Seelke dell’University del Wisconsin Superior, il genetista Wolf-Ekkehard Lönnig, ricercatore capo del Max Planck Institute for Plant Breeding Research in Germania (emerito).

Ancora, di seguito un breve elenco di alcuni tra i più famosi scienziati, ricercatori, accademici, studiosi e professionisti che hanno pubblicato studi in revisione paritaria a supporto dell’ID su pubblicazioni scientifiche, atti di convegni o antologie accademiche: William Dembski, David W. Snoke, Stephen C. Meyer, Ann K. Gauger, Stephanie Ebnet, Pamela F. Fahey, Vladimir I. Shcherbak, Maxim A. Makukov, Joseph A. Kuhn, Winston Ewert, Brendan W. Dixon, Philip Lu, Kirk K. Durston, David K. Y. Chiu, David L. Abel, Jack T. Trevors, Frank J. Tipler, Craig J. Marshall, Michael Legge, Stanley L. Jaki, A.C. McIntosh, Richard v. Sternberg, Heinz Saedler.

Che cos’è la complessità irriducibile e che relazione ha con l’Intelligent Design?

Secondo la definizione data dal Professore di scienze biologiche dell’università di Lehigh in Pennsylvania Michael J. Behe, che ha per primo affrontato, definito ed esposto questo specifico concetto, la complessità irriducibile (di seguito CI) è una caratteristica di un singolo sistema necessariamente composto da diverse parti ben assortite, parti che interagiscono contribuendo alla funzione di base e dove la rimozione di una qualunque di queste parti causa la cessazione del funzionamento del sistema stesso: il sistema non è in grado di svolgere la sua funzione se non è completo di tutte le sue parti, che sono disposte secondo un fine, uno scopo, un progetto.

Per cogliere facilmente il significato di questo concetto il Prof. Behe usa il famoso esempio della trappola per topi, un sistema che ha di solito un numero esiguo, ma ben definito di parti, ciascuna con il suo specifico scopo o funzione: rimuovendo anche solo uno dei pezzi della trappola (per esempio uno a caso tra la tavoletta, la molla, la sbarra, la base, l’asta, il gancio o l’esca) si ottiene l’impossibilità di catturare i topi o perché la trappola non funzionerà bene o perché non funzionerà affatto.

Questa caratteristica è logicamente poco compatibile con un processo graduale di costruzione o creazione del sistema: come potrebbe un artigiano che costruisce la trappola sperare che questa svolga la sua funzione partendo dalla tavoletta? O montando esclusivamente la molla su di essa? O aggiungendo la sbarra? Anche montando il gancio ed azionando la trappola è improbabile che il topo venga catturato senza l’esca.

I sistemi biologici sono pieni di sistemi irriducibilmente complessi, in ordini di gran lunga più complessi di una semplice trappola per topi, la cui ipotetica comparsa graduale (come teorizzato dal neodarwinismo) non è in grado di spiegare in che modo il sistema non completo potesse assolvere alla funzione che svolge da completo e funzionante.

E se invece di catturare topi il mio sistema fosse uno dei sotto-sistemi irriducibilmente complessi che svolgono la funzione della coagulazione sanguigna? Come potrei ipotizzare una formazione graduale di questo sistema, quando senza la coagulazione perfettamente funzionante l’organismo non è in grado di sopravvivere nemmeno a seguito di un semplice taglio?

In questi casi viene allora di solito invocata la “cooptazione”, ovvero si teorizza che un sistema biologico avente o non avente già una funzione venga adottato per un nuovo utilizzo, convertendone lo scopo.

Ma tornando al nostro esempio, a parte la verifica della correttezza di queste ipotesi, spesso ampiamente speculative e senza evidenza empirica, se anche potessi usare la tavoletta come ferma porta o la molla e la sbarra come ferma cravatta, quindi impiegando le parti per un’altra funzione (sebbene svolta in modo approssimativo), non potrei comunque catturare topi in modo efficiente (oltre ad aver utilizzato un’intelligenza per convertire le parti ad altre funzioni).

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