FAQ

Che cos’è l’Intelligent Design?

L’Intelligent Design (di seguito ID) è una teoria che spiega come alcune caratteristiche dell’Universo e degli esseri viventi siano frutto di una causa intelligente e non di un processo casuale.

Non è un’argomentazione negativa o basata sul concetto del “Dio tappabuchi” (ovvero, se non so dare una spiegazione a un fenomeno, allora significa che è intervenuta una forza soprannaturale per generarlo o per esprimerlo), ma un argomento positivo, basato sull’esperienza uniforme e ripetuta che tutti gli uomini hanno, da sempre, del rapporto che esiste fra una causa e un effetto, un concetto che sta alla base della scienza stessa. Non si fonda, cioè, su ciò che l’uomo non sa, al contrario proprio su ciò che l’uomo sa: vale a dire che l’intelligenza è una condizione necessaria e sufficiente per la produzione di nuova informazione complessa e specificata. L’inferenza all’ID è basata su una metodologia scientifica robusta e convenzionale. Utilizza il metodo storico o abduttivo e deduce la spiegazione migliore rispetto a molteplici ipotesi concorrenti: un metodo scientifico standard, questo, ampiamente conosciuto e applicato, per esempio dal naturalista inglese Charles Darwin nella propria opera L’origine delle specie.

Questo metodo richiede necessariamente l’esame delle principali ipotesi concorrenti proposte dagli scienziati per spiegare un fenomeno avvenuto del passato lontano. Come Darwin (ma anche come uno dei suoi mentori scientifici, il geologo scozzese Charles Lyell), gli storici e i filosofi della scienza hanno compreso come, per essere in grado di produrre un effetto, la spiegazione migliore faccia di frequente ricorso a cause note oggi, le uniche del resto a poterlo fare.

Pertanto, rispetto alle cause di molti aspetti e di numerose caratteristiche del cosmo, nonché della complessità e della diversità della vita, l’ID porta a identificare scientificamente ed esclusivamente come unica causa possibile un’agenzia intelligente.

Centrale all’ID è un concetto di informazione ulteriore rispetto alle formulazioni di esso prodotte dalla matematica e dalla fisica (Claude Shannon, Andrej N. Kolmogorov, e così via) onde riaffermare quelle nozioni di “senso” e di “significato” legate appunto all’informazione che costituiscono un fattore inevitabile dell’informazione stessa così come applicata, per esempio, alla biologia e alla genetica.

L’Intelligent Design è una teoria scientifica?

L’Intelligent Design (ID) è una teoria scientifica che adotta lo stesso metodo usato dalle scienze storiche abduttive per stabilire come certe caratteristiche dell’Universo e degli organismi viventi siano spiegati meglio facendo ricorso a una causa intelligente che non a un processo casuale privo di finalità qual è la selezione naturale.

I teorici dell’ID sostengono infatti che l’inferenza al design possa avvenire attraverso lo studio delle proprietà dell’informazione biologica presente nella natura allo scopo di stabilire se essa presenti le caratteristiche che nella nell’esperienza comune le persone attribuiscono inequivocabilmente a una causa di natura intelligente. Il tipo di informazione, osservabile empiricamente, che è prodotta da un’attività intelligente viene generalmente definita «complessità specificata» o «informazione complessa e specificata» (in inglese “complex and specified information”, CSI). Un oggetto o un evento sono complessi e specifici se sono statisticamente improbabili e se corrispondono a un modello indipendente da regole o da leggi naturali o matematiche, pur possedendo un contenuto, un significato, una funzione.

Oltre allo sviluppo della complessità biologica, campo di cui si occupa direttamente l’ipotesi dell’evoluzione, l’ID abbraccia ambiti più ampi. Per questo le evidenze scientifiche dell’ID si manifestano in ambiti quali la fisica, la cosmologia e l’origine della vita.

Un esempio di conferma di questo tipo, ma lasciando i dettagli specifici a considerazioni future, è la «regolazione ottimale» (fine tuning) delle leggi fisiche e chimiche: tali leggi sono infatti certamente complesse, poiché altamente improbabili da un punto di vista statistico, e specificate, in quanto corrispondenti i parametri necessari per consentire l’esistenza della vita e di tutto quanto la circonda.

Per quanto concerne l’origine della vita, l’ID riscontra che la quantità di informazione genetica necessaria anche solo a una prima forma di vita “semplice” non è una condizione attribuibile a leggi chimiche o fisiche, soddisfacendo quindi il requisito di complessità, e che la specificità viene data dalla enorme quantità di nucleotidi delle sequenze codificanti che si sarebbe resa necessaria per le funzioni vitali, pur ridotte al minimo.

Investigando invece la complessità biologica, attraverso esperimenti di «ingegneria inversa» delle attuali strutture viventi, è possibile scoprire e verificare una forma caratteristica di CSI, nota come «complessità irriducibile». Questa permette di confermare sia la complessità sia la specificità attraverso l’osservazione delle strutture biologiche della cellula, tra le quali figurano fabbriche in miniatura, motori nanometrici, centrali per la produzione di energia, sistemi per la gestione dei rifiuti, portali di accesso intelligenti, vie e mezzi di trasporto molecolari, unità di elaborazione centrale (CPU) e molto altro.

La teoria dell’Intelligent Design è compatibile con l’ipotesi dell’evoluzione?

L’argomento è tanto importante ed interessante, quanto ampio e complesso: sintetizzando e semplificando, la risposta è che dipende da cosa si intenda con l’espressione «evoluzione».

Se con «evoluzione» s’intende la «variazione» e l’«adattamento» di un organismo vivente nel corso del tempo, conflitti intrinseci tra evoluzione e ID non ce ne sono. Anche definendo l’evoluzione come la relazione evolutiva possibile tra specie viventi diverse, aventi, in taluni casi, un’ascendenza comune, potrebbero non esserci problemi di compatibilità con l’ID.

L’ID si pone invece in alternativa frontale all’ipotesi che la diversità presente nella natura sia spiegabile esclusivamente e principalmente attraverso la mutazione casuale e la selezione naturale, concetto questo, proprio all’ipotesi evoluzionistica dominante, detta «neo-darwinismo».

È infatti analizzando i dettagli della natura di questi meccanismi ‒ e di diversi altri ‒ che l’ID emerge come la spiegazione migliore della comparsa e dello sviluppo della vita sulla Terra.

L’Intelligent Design è una teoria “creazionista”?

No. In aggiunta alle definizioni date nei post precedenti si può specificare ulteriormente che l’ID sia una teoria che cerca semplicemente di stabilire se il “design apparente” nella natura, riconosciuto praticamente da tutti i biologi, sia un design genuino, ovvero il prodotto di una causa intelligente, oppure semplicemente il risultato di un processo privo di direzione intelligente, come la selezione naturale, la quale agisce sulle variazioni determinate dalle mutazioni o da altri processi casuali.

Il creazionismo si focalizza invece principalmente sull’interpretazione letterale del racconto del libro biblico della Genesi o di altri testi sacri e religiosi. Diversamente, la teoria scientifica dell’ID è agnostica rispetto all’autore del design e di per sé non si prefigge la difesa di questi argomenti. Questi rientrano infatti in un campo completamente diverso, la teologia, di cui l’ID non si occupa, sebbene gli argomenti che tratta possano avere profonde implicazioni nella filosofia e appunto anche nella teologia. D’altronde questo è vero anche per altre ipotesi scientifiche (l’evoluzione, il “big-bang”, e così via).

I critici onesti dell’ID riconoscono queste differenze non banali. Il prof. Ronald Numbers, per esempio, storico statunitense della scienza ed esperto del creazionismo, benché critico dell’ID, riconosce che «l’etichetta creazionista non descrive accuratamente il movimento dell’ID».

Nonostante questo, triste a dirsi, in mancanza di contro-argomentazioni sufficientemente valide da confrontare con quelle proposte dalla teoria dell’ID, alcuni preferiscono utilizzare questo tipo di strategia retorica (che in logica corrisponde a una ben nota fallacia, l’argumentum ad hominem), pensando così di screditarla o delegittimarla.

Esistono studiosi affermati nella comunità scientifica che sostengono la teoria dell’ID?

Sì. La teoria dell’Intelligent Design è sostenuta da scienziati teorici, accademici e ricercatori in varie università e centri di ricerca nel mondo.

Tra i più conosciuti possiamo certamente elencare il biochimico Michael Behe dell’Università di Lehigh, il microbiologo Scott Minnich dell’Università dell’Idaho, il biologo Paul Chien dell’Università di San Francisco, il chimico quantistico Henry Schaefer dell’Università della Georgia, il genetista Norman Nevin (emerito) alla Queen’s University di Belfast, il matematico Granville Sewell all’Università di El Paso in Texas, il medico genetista Michael Denton, il professore di ingegneria alla Baylor University Robert J. Marks, il biologo molecolare Douglas Axe, scienziato ricercatore all’Università di Cambridge, al Cambridge Medical Research Council Centre e al Babraham Institute di Cambridge, il biologo e paleoentomologo Günther Bechly, Università di Tubinga, anche curatore della sezione sui fossili del Museo statale di storia naturale di Stoccarda, il biologo Ralph Seelke dell’University del Wisconsin Superior, il genetista Wolf-Ekkehard Lönnig, ricercatore capo del Max Planck Institute for Plant Breeding Research in Germania (emerito).

Ancora, di seguito un breve elenco di alcuni tra i più famosi scienziati, ricercatori, accademici, studiosi e professionisti che hanno pubblicato studi in revisione paritaria a supporto dell’ID su pubblicazioni scientifiche, atti di convegni o antologie accademiche: William Dembski, David W. Snoke, Stephen C. Meyer, Ann K. Gauger, Stephanie Ebnet, Pamela F. Fahey, Vladimir I. Shcherbak, Maxim A. Makukov, Joseph A. Kuhn, Winston Ewert, Brendan W. Dixon, Philip Lu, Kirk K. Durston, David K. Y. Chiu, David L. Abel, Jack T. Trevors, Frank J. Tipler, Craig J. Marshall, Michael Legge, Stanley L. Jaki, A.C. McIntosh, Richard v. Sternberg, Heinz Saedler.

Che cos’è la complessità irriducibile e che relazione ha con l’Intelligent Design?

Secondo la definizione data dal Professore di scienze biologiche dell’università di Lehigh in Pennsylvania Michael J. Behe, che ha per primo affrontato, definito ed esposto questo specifico concetto, la complessità irriducibile (di seguito CI) è una caratteristica di un singolo sistema necessariamente composto da diverse parti ben assortite, parti che interagiscono contribuendo alla funzione di base e dove la rimozione di una qualunque di queste parti causa la cessazione del funzionamento del sistema stesso: il sistema non è in grado di svolgere la sua funzione se non è completo di tutte le sue parti, che sono disposte secondo un fine, uno scopo, un progetto.

Per cogliere facilmente il significato di questo concetto il Prof. Behe usa il famoso esempio della trappola per topi, un sistema che ha di solito un numero esiguo, ma ben definito di parti, ciascuna con il suo specifico scopo o funzione: rimuovendo anche solo uno dei pezzi della trappola (per esempio uno a caso tra la tavoletta, la molla, la sbarra, la base, l’asta, il gancio o l’esca) si ottiene l’impossibilità di catturare i topi o perché la trappola non funzionerà bene o perché non funzionerà affatto.

Questa caratteristica è logicamente poco compatibile con un processo graduale di costruzione o creazione del sistema: come potrebbe un artigiano che costruisce la trappola sperare che questa svolga la sua funzione partendo dalla tavoletta? O montando esclusivamente la molla su di essa? O aggiungendo la sbarra? Anche montando il gancio ed azionando la trappola è improbabile che il topo venga catturato senza l’esca.

I sistemi biologici sono pieni di sistemi irriducibilmente complessi, in ordini di gran lunga più complessi di una semplice trappola per topi, la cui ipotetica comparsa graduale (come teorizzato dal neodarwinismo) non è in grado di spiegare in che modo il sistema non completo potesse assolvere alla funzione che svolge da completo e funzionante.

E se invece di catturare topi il mio sistema fosse uno dei sotto-sistemi irriducibilmente complessi che svolgono la funzione della coagulazione sanguigna? Come potrei ipotizzare una formazione graduale di questo sistema, quando senza la coagulazione perfettamente funzionante l’organismo non è in grado di sopravvivere nemmeno a seguito di un semplice taglio?

In questi casi viene allora di solito invocata la “cooptazione”, ovvero si teorizza che un sistema biologico avente o non avente già una funzione venga adottato per un nuovo utilizzo, convertendone lo scopo.

Ma tornando al nostro esempio, a parte la verifica della correttezza di queste ipotesi, spesso ampiamente speculative e senza evidenza empirica, se anche potessi usare la tavoletta come ferma porta o la molla e la sbarra come ferma cravatta, quindi impiegando le parti per un’altra funzione (sebbene svolta in modo approssimativo), non potrei comunque catturare topi in modo efficiente (oltre ad aver utilizzato un’intelligenza per convertire le parti ad altre funzioni).

Esistono pubblicazioni scientifiche in revisione paritaria sull’Intelligent Design?

Una delle più comuni accuse infondate alla teoria dell’ID consiste nell’insinuare che non esistano pubblicazioni scientifiche in revisione paritaria che facciano riferimento all’Intelligent Design.

In realtà, molti scienziati appartenenti alla comunità di ricerca dell’ID hanno pubblicato i loro lavori in riviste scientifiche e monografie a revisione paritaria: come si può notare dall’elenco che segue, tra queste riviste scientifiche figurano Protein Science, Journal of Molecular Biology, Theoretical Biology and Medical Modelling, Journal of Advanced Computational Intelligence and Intelligent Informatics, Quarterly Review of Biology, Cell Biology International, Rivista di Biologia/Biology Forum, Physics of Life Reviews e Annual Review of Genetics.

Inoltre, scienziati aperti al dibattito sulla questione del design in biologia hanno fondato “BIO-Complexity”, una rivista scientifica a revisione paritaria e a libero accesso, che pubblica ricerche correlate agli studi sull’origine e lo sviluppo dell’informazione biologica. Il comitato consultivo editoriale include 29 eminent scienziati, provenienti da istituzioni accademiche di tutto il mondo come Rochester Institute of Technology, Wake Forest University, University of Georgia, University of Bristol, University of Utah, University of Pittsburgh, University of Wisconsin-Superior, Queen’s University of Belfast, Max Planck Institute for Plant Breeding Research, e University of St. Andrews.

Di seguito la lista di una selezione delle principali pubblicazioni di cui sopra, suddivise tra tre categorie.

Categoria 1 – selezione di pubblicazioni scientifiche a supporto dell’Intelligent Design pubblicate in revisione paritaria su riviste scientifiche, atti di convegni o antologie accademiche:

· Michael J. Behe, “Experimental Evolution, Loss-of-Function Mutations, and ‘The First Rule of Adaptive Evolution,’” The Quarterly Review of Biology (2010).

· Douglas D. Axe, “Estimating the Prevalence of Protein Sequences Adopting Functional Enzyme Folds,” Journal of Molecular Biology (2004).

· Michael Behe and David W. Snoke, “Simulating evolution by gene duplication of protein features that require multiple amino acid residues,” Protein Science (2004).

· William A. Dembski and Robert J. Marks II, “The Search for a Search: Measuring the Information Cost of Higher Level Search,” Journal of Advanced Computational Intelligence and Intelligent Informatics (2010).

· Dustin J. Van Hofwegen, Carolyn J. Hovde, and Scott A. Minnich, “Rapid Evolution of Citrate Utilization by Escherichia coli by Direct Selection Requires citT and dctA,” Journal of Bacteriology (2016).

· David W. Snoke, Jeffrey Cox, and Donald Petcher, “Suboptimality and Complexity in Evolution,” Complexity (2015).

· Vladimir I. shCherbak and Maxim A. Makukov, “The ‘Wow! Signal’ of the terrestrial genetic code,” Icarus (2013).

· Joseph A. Kuhn, “Dissecting Darwinism,” Baylor University Medical Center Proceedings (2012).

· Winston Ewert, William A. Dembski, Robert J. Marks II, “Measuring meaningful information in images: algorithmic specified complexity,” IET Computer Vision (2015).

· Winston Ewert, William A. Dembski, and Robert J. Marks II, “Evolutionary Synthesis of Nand Logic: Dissecting a Digital Organism,” Proceedings of the 2009 IEEE International Conference on Systems, Man, and Cybernetics (2009).

· Douglas D. Axe, Brendan W. Dixon, Philip Lu, “Stylus: A System for Evolutionary Experimentation Based on a Protein/Proteome Model with Non-Arbitrary Functional Constraints,” PLoS One (2008).

· Kirk K. Durston, David K. Y. Chiu, David L. Abel, Jack T. Trevors, “Measuring the functional sequence complexity of proteins,” Theoretical Biology and Medical Modelling (2007).

· David L. Abel and Jack T. Trevors, “Self-organization vs. self-ordering events in life-origin models,” Physics of Life Reviews (2006).

· Frank J. Tipler, “Intelligent Life in Cosmology,” International Journal of Astrobiology (2003).

· Michael J. Denton, Craig J. Marshall, and Michael Legge, “The Protein Folds as Platonic Forms: New Support for the pre-Darwinian Conception of Evolution by Natural Law,” Journal of Theoretical Biology (2002).

· Stanley L. Jaki, “Teaching of Transcendence in Physics,” American Journal of Physics (1987).

· Granville Sewell, “On ‘compensating’ entropy decreases,” Physics Essays (2017).

· Granville Sewell, “Postscript,” in Analysis of a Finite Element Method: PDE/PROTRAN, New York: Springer Verlag (1985).

· A.C. McIntosh, “Evidence of design in bird feathers and avian respiration,” International Journal of Design & Nature and Ecodynamics (2009).

· Richard v. Sternberg, “DNA Codes and Information: Formal Structures and Relational Causes,” Acta Biotheoretica (2008).

· Wolf-Ekkehard Lönnig and Heinz Saedler, “Chromosome Rearrangement and Transposable Elements,” Annual Review of Genetics (2002).

· Douglas D. Axe, “Extreme Functional Sensitivity to Conservative Amino Acid Changes on Enzyme Exteriors,” Journal of Molecular Biology (2000).

· William A. Dembski, The Design Inference: Eliminating Chance through Small Probabilities, Cambridge: Cambridge University Press (1998).

· Stephen C. Meyer, “The origin of biological information and the higher taxonomic categories,” Proceedings of the Biological Society of Washington (2004).

· Wolf-Ekkehard Lönnig , “Dynamic genomes, morphological stasis, and the origin of irreducible complexity,” Dynamical Genetics (2004).

· Mariclair A. Reeves, Ann K. Gauger, and Douglas D. Axe, “Enzyme Families-Shared Evolutionary History or Shared Design? A Study of the GABA-Aminotransferase Family,” BIO-Complexity (2014).

· Ann K. Gauger and Douglas D. Axe, “The Evolutionary Accessibility of New Enzyme Functions: A Case Study from the Biotin Pathway,” BIO-Complexity (2011).

· Ann K. Gauger, Stephanie Ebnet, Pamela F. Fahey, and Ralph Seelke, “Reductive Evolution Can Prevent Populations from Taking Simple Adaptive Paths to High Fitness,” BIO-Complexity (2010).

· Douglas D. Axe and Ann K. Gauger, “Model and Laboratory Demonstrations That Evolutionary Optimization Works Well Only If Preceded by Invention-Selection Itself Is Not Inventive,” BIO-Complexity (2015).

· Steinar Thorvaldsen and Ola Hössjer, “Using statistical methods to model the fine-tuning of molecular machines and systems,” Journal of Theoretical Biology (2020).

Categoria 2 – Articoli redatti con paritari e revisionati da editori a supporto dell’Intelligent Design pubblicate in revisione paritaria su riviste scientifiche, atti di convegni o antologie accademiche:

· Jonathan Wells, “Not Junk After All: Non-Protein-Coding DNA Carries Extensive Biological Information,” Biological Information: New Perspectives, Singapore: World Scientific (2013).

· Michael J. Behe, “Getting There First: An Evolutionary Rate Advantage for Adaptive Loss-of-Function Mutations,” Biological Information: New Perspectives, Singapore: World Scientific (2013).

· Jonathan Wells, “Do Centrioles Generate a Polar Ejection Force?” Rivista di Biologia / Biology Forum (2005).

· Heinz-Albert Becker and Wolf-Ekkehard Lönnig, “Transposons: Eukaryotic,” Encyclopedia of Life Sciences, John Wiley & Sons (2005).

· Scott A. Minnich and Stephen C. Meyer, “Genetic analysis of coordinate flagellar and type III regulatory circuits in pathogenic bacteria,” Proceedings of the Second International Conference on Design & Nature, Rhodes, Greece, Ashurst, Southampton, United Kingdom: WIT Press (2004).

· Michael Behe, “Irreducible Complexity: Obstacle to Darwinian Evolution,” Debating Design: From Darwin to DNA, Cambridge, United Kingdom: Cambridge University Press (2004).

· Douglas D. Axe and Ann K. Gauger, “Explaining Metabolic Innovation: Neo-Darwinism versus Design,” Biological Information: New Perspectives, Singapore: World Scientific (2013).

· Granville Sewell, “A Mathematician’s View of Evolution,” The Mathematical Intelligencer (2000).

Categoria 3 – Articoli a supporto dell’Intelligent Design pubblicati in revisione paritaria su riviste di filosofia o libri di filosofia:

· Michael Behe, “Reply to my Critic: A Response to Reviews of Darwin’s Black Box: The Biochemical Challenge to Evolution,” Biology and Philosophy (2001).

· Michael Behe, “Self-Organization and Irreducibly Complex Systems: A Reply to Shanks and Joplin,” Philosophy of Biology (2000). · William Lane Craig, “Barrow and Tipler on the Anthropic Principle vs. Divine Design,” British Journal for the Philosophy of Science (1988).

L’Intelligent Design è semplicemente una replica all’evoluzione darwiniana?

No, l’ID non è una replica o una reazione alle teorie darwinistiche dell’evoluzione. Contrariamente a quanto molti possano pensare, i temi di approfondimento dell’ID sono più numerosi e singolarmente più ampi rispetto a quelli della teoria dell’evoluzione. Questo principalmente perché le risultanze scientifiche dell’ID provengono da aree delle quali la teoria di Darwin – e tutte le successive rielaborazioni – dichiaratamente non si occupano: fisica, cosmologia e ricerca sull’origine della vita.

Inoltre, proponendo una teoria basata sull’osservazione di fenomeni naturali, i sostenitori dell’Intelligent Design hanno in effetti ripreso argomentazioni oggetto di dissertazione da parte di filosofi greci e romani, tra i quali figurano Platone, Cicerone, Maimonide e Tommaso d’Aquino; l’idea di un design del cosmo è tra le idee centrali nella rivoluzione scientifca moderna, idea che svariati pensatori occidentali propongono da più di duecento anni, come per esempio l’astronomo Keplero, il biologo John Ray, il chimico Robert Boyle ed il matematico e fisico Isaac Newton.

La teoria dell’Intelligent Design permette di produrre predizioni verificabili?

Sì e corrisponde a quanto è avvenuto e avviene tutt’ora.

L’identificazione dei precisi criteri che permettono di definire una teoria con l’aggettivo “scientifica” è oggetto di dibattito da moltissimo tempo, senza però produrre un risultato uniformemente accettato: da questa situazione nasce il concetto epistemologico legato al problema della demarcazione.

Comunque, uno dei più importanti tra i criteri proposti dai filosofi della scienza per attestare la scientificità di una teoria è la capacità di produrre predizioni verificabili.

I principali esempi di predizioni dell’ID sono state (e sono) le seguenti:

– I sistemi biologici riveleranno strutture irriducibilmente complesse con un elevato contenuto di informazione biologica e simili a macchine.

– Le leggi fisiche che governano il cosmo riveleranno parametri complessi e altamente specifici, “finemente regolati”, a livello matematico, fisico e chimico.

– I ritrovamenti fossili riveleranno forme che sembrano apparire improvvisamente e senza precursori.

– Geni e altre parti biologiche funzionali saranno riutilizzate in organismi diversi, non necessariamente imparentati a livello evolutivo.

– Il codice genetico non conterrà per la maggior parte una “zavorra” di materiale genetico di scarto o un “DNA spazzatura” privo di funzione.

Il riscontro in merito a questi esempi di predizioni dell’ID è stato netto e confortante.

Nelle cellule vengono continuamente riscontrate strutture irriducibilmente complesse ad alto contenuto di informazione biologica e la complessità irriducibile è pervasiva nelle leggi che governano l’universo.

La testimonianza fossile rivela una netta discontinuità e una tendenza alla comparsa improvvisa di nuove specie dalla biologia complessa, senza precursori e non gradualistica, ampiamente testimoniata da eventi come l’esplosione cambriana.

Parti simili si riscontrano in organismi molto differenti. Molti geni e parti funzionali non sono distribuiti secondo le predizioni delle relazioni filogenetiche.

La conoscenza accresciuta della genetica ha determinato una forte tendenza a riconoscere la funzionalità del cosiddetto “DNA spazzatura”, che viene orami sempre più spesso descritta come “pervasiva”. Esempi recenti includono la scoperta di intricate funzionalità in pseudogeni, trasposoni e retrotrasposoni, introni, microRNA ed elementi LINE e ALU.

La teoria dell’Intelligent Design utilizza il metodo scientifico?

Il metodo scientifico si compone di varie fasi, tra le quali le principali vanno dalla (a) osservazione alla conseguente (b) formulazione dell’ipotesi, che viene poi (c) verificata sperimentalmente e si conclude con (d) l’enunciazione di una legge scientifica o di un principio.

Il teorico dell’Intelligent Design (ID) inizialmente osserva (a) che solo gli agenti intelligenti producono una considerevole quantità di informazione complessa e specificata (in inglese “complex and specified information”, CSI). La CSI presenta caratteristiche di improbabilità (che la rendono complessa) attraverso un modello definito o “pattern” (che la rende specificata) e permette l’esecuzione di una funzione. Per esempio, il linguaggio, i software e i macchinari sono ottimi esempi di alto contenuto di CSI. In base alla nostra attuale comprensione del mondo che ci circonda, alti livelli di CSI rappresentano sempre il risultato di un ID.

A quel punto, il teorico dell’ID ipotizza (b) che se un oggetto – sistema o cosa – fosse il risultato dell’ID conterrebbe questo tipo di informazione e queste caratteristiche.

Dopodiché, cercherà di verificare questa ipotesi attraverso esperimenti (c), come per esempio quello di sottoporre a ingegneria inversa le strutture biologiche per verificare se sono irriducibilmente complesse, un’altra caratteristica tipica di oggetti (sistemi o cose) che contengono alti livelli di CSI (vedere FAQ “Che cos’è la complessità irriducibile e che relazione ha con l’Intelligent Design?”): se l’esito della sperimentazione risulta positivo, per esempio riscontrando che il funzionamento dell’oggetto cessa o si riduce drasticamente eliminando anche una sola delle parti che lo compongono, essi concludono che si tratta di ID.

Infine, in conclusione, considerato che l’oggetto ha dimostrato di possedere considerevoli quantità di CSI, una caratteristica nota per essere prodotta solo da un ID e siccome non sono noti altri meccanismi sperimentalmente in grado di produrre quanto osservato, il teorico può concludere affermando che questo oggetto è il frutto di un ID (d).

Quindi la teoria dell’ID applica in modo sistematico il metodo scientifico, sia dal punto di vista dalla fase induttiva per poi procedere con quella deduttiva e di verifica.

L’Intelligent Design è un concetto religioso?

Nonostante alcune religioni insegnino che la vita è stata progettata, l’Intelligent Design (ID) è una teoria strettamente scientifica.

Questo significa che, sebbene si possa arrivare a ritenere che la vita e il cosmo siano frutto di un progetto anche attraverso argomenti teologici e religiosi, l’ID lo fa esclusivamente attraverso l’osservazione e il metodo scientifico, i quali consentono di rilevare le caratteristiche che riconducono inevitabilmente a una intelligenza e a valutarle come la spiegazione migliore per i fenomeni osservati.

Questo fatto non può certamente trasformare l’ID in un concetto teologico o religioso: un’argomentazione viene definita religiosa o scientifica anche sulla base del metodo utilizzato per stabilirla, non solo sulla base di quello che l’argomentazione stessa esprime.

Ovviamente, come avviene anche per altre teorie, le implicazioni della teoria dell’ID possono anche riguardare aspetti presi in esame da argomenti teologici o religiosi, come anche da argomenti filosofici e ideologici, ma questo non riguarda assolutamente le premesse che l’ID presenta: se le premesse e i metodi sono scientifici, la teoria si deve poter definire come tale.

Un esempio degno di nota è proprio la teoria del “Big Bang”, la quale, sostenendo che l’universo abbia avuto un inizio, condivide un concetto con la maggior parte degli argomenti teologici legati alla creazione del cosmo: nessuno però si sognerebbe di sostenere che la teoria cosmologica del “Big Bang” possa essere definita un argomento teologico o religioso.

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