Le innovazioni incrementali

Un concetto alla base del principio evolutivo sono le mutazioni graduali, che potremmo chiamare concettualmente ‘innovazioni incrementali’. Ci viene detto che le mutazioni genetiche sono il propulsore che permette a queste micro innovazioni di aver luogo, sotto la pressione della selezione naturale che, legata a fattori casuali come ambiente e popolazione, privilegia l’organismo più adatto. Sommandosi lentamente l’una all’altra, queste permettono l’azione di un processo di reingegnerizzazione che può dare alla luce una miglioria definitiva, partendo da un prototipo che mal si addiceva alla circostanza causa del processo.

Sembra quasi una banalità.

Del resto tutto il prodotto dell’umana ingegneria o di qualunque altra disciplina dello scibile umano è in fin dei conti una stratificazione di conoscenze pregresse che a piccoli, talvolta grandi, contributi danno alla luce nuovi modi di concepire, progettare, esperire, creare e godere. Qualcuno disse più o meno a tal fine: “Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti” (1) e un po’ più scherzosamente ci viene suggerito, al riguardo di alcune scienze esatte, che “l’imbecille di oggi ne sa di più del genio di ieri”.

Ma, come spesso accade, le apparenze possono ingannare e, come disse qualcuno di autorevolmente ‘complesso’, “la semplicità è l’ultima forma della sofisticazione” (2) . Questo significa che alla base di questo processo concettuale apparentemente banale si cela qualcosa di molto più complicato e complesso che una mera serie di cieche stratificazioni, sebbene alcune delle quali possano a volte conferire un certo vantaggio. É possibile che gli effetti ciechi della selezione predispongano una ‘innovazione incrementale’? Ce lo chiediamo perché alla base del processo stesso vi è una progettualità intrinseca che non può essere avulsa né dall’innesco né dal procedimento, una sorta di consapevolezza e non abbiamo esempi di innovazioni ‘incrementali’ cieche.

Cosa intendiamo con ‘cieco’? Un fotone non può scegliere, non può decidere, cosa impattare nel suo percorso a meno che non si aggiunga informazione specificata e complessa per ‘ordinargli’ di comportarsi in un dato modo in una data circostanza, manovrando l’ambiente o strutturando il suo percorso: Se mi trovassi di fronte ad un’amplificazione della luce mediante emissione stimolata di radiazione (LASER) prodotta da un mezzo attivo, un sistema di pompaggio e un risonatore ottico (dispositivo optoelettronico) potrei asserire sicuramente che il fotone si muove ciecamente, ovvero non disattende le leggi che ne determinano il comportamento, ma potrei affermare che la coercizione a cui è sottoposto sia cieca? Potrei parimenti asserire che il comparto che produce il fascio di luce coerente, ovvero che mantiene l’onda elettromagnetica stabile nella sua propagazione, sia cieco e semplicemente sottostante le stesse leggi fisiche che determinano il comportamento del fotone? Nessuno dotato di ragione di fronte ad un tale dispositivo potrebbe asserire che non vi è stata progettualità nel coercizzare ciò che naturalmente può avvenire attraverso le leggi della fisica.

Similmente nei sistemi biologici troviamo un’organizzazione e un’interazione che diverge dal cieco comportamento legato alle leggi fondamentali della materia, ma che si struttura attorno a delle funzioni che manifestano informazione complessa e specificata e che denotano rivelare consapevolezza.

L’innovazione incrementale che il neodarvinismo presuppone è una sequenza minima di elementi atti all’apporto di una modificazione che alteri un ‘ingranaggio biochimico’ rendendolo più adatto, quindi a volte addirittura migliore, arrivando al punto di stravolgerne la funzione o modificarne l’operatività, in sostanza aumentando l’informazione complessa e specificata in esso contenuta. Il fatto, forse non propriamente immediato, che assurge da questa evidenza risiede nella forte improbabilità che micro cambiamenti possano dar vita a nuove o migliori strutture sotto l’aspetto di un incremento d’informazione. Questo perché ogni cambiamento atto alla miglioria performante richiede a sua volta… progettazione. Come dicevamo prima non esistono sistemi embrionali di strutture prototipo, esistono sistemi funzionali che vengono sostituiti o modificati con altri sistemi funzionali, che possiamo considerare come informazione quantizzata, pacchetti di informazione specificata e complessa che contribuiscono a migliorare un apparato già esistente. L’ineluttabile destino di una singola informazione non propedeutica all’immediato processo utile è un’archiviazione precoce: è rilevata dal sistema stesso come ‘errore’. Ma può un errore generare un vantaggio? A volte accade che un accidente produca effetti positivi poiché modifica un percorso abitudinario apportando risultati inattesi e non previsti. Tuttavia, per considerare questo errore come vantaggioso occorre che il sistema traduca la nuova prospettiva e l’includa nei propri processi operativi e funzionali. Ma per fare questo occorre altra informazione specificata e complessa che consenta al sistema di impartirsi direzione.

Anche nelle attività umane ciò si verifica puntualmente e le stratificazioni che si sovrappongono in una struttura sono a loro volta processi complessi e specificati. Basti pensare alle innovazioni incrementali basate sui parametri precedentemente fissati dai progetti radicali in una trasformazione protocollare dei sistemi aziendali: tutto è supervisionato, controllato e gestito da un flusso di informazione complessa e specificata, ed anche laddove i cambiamenti siano minimi non sono mai strutturati come parti di un processo a venire, cioè ciechi al fine ultimo e singolari, ma pianificati in anticipo in ogni dettaglio avendo come obiettivo la visione d’insieme finale. Pensiamo anche alle evoluzioni nei sistemi meccanici: il passaggio dalla propulsione di un motore a vapore alla propulsione di un motore a scoppio non è avvenuto attraverso innovazioni incrementali minimali che hanno trasformato una camera di combustione in una camera di scoppio, ma attraverso l’applicazione progettuale di componenti dedicati. Solo ed attraverso informazione specifica e complessa troviamo stratificazione atta all’ottimizzazione del sistema e ad una sua modulazione programmatica e fattuale. Lo stesso dicasi per i singoli elementi biochimici di una complessa macchina molecolare. Isolati cambiamenti non specificati vengono respinti dal sistema come ‘errori’. Se vogliamo vedere una stratificazione e ‘sederci sulle spalle dei giganti’ dobbiamo per forza logica considerare la possibilità di interventi mirati, specifici e complessi. In sostanza l’informazione complessiva del sistema deve o aumentare o essere modificata affinché ci siano i presupposti di una ‘evoluzione’ e non semplice adattamento, che può verificarsi anche perdendo informazione, essendo questa assorbita dallo spettro delle specializzazioni consentito dalle funzioni intrinseche al sistema.

Essendo davanti al prodotto finale e non alle fasi intermedie potremmo provare a idealizzare il processo inverso, ovvero produrre uno schema d’involuzione attraverso un progressivo decremento della specificità e della complessità, riducendo l’oggetto della nostra attenzione al minimo livello di auto sussistenza: un “reverse engineering”. Arriveremo ad un punto in cui saremo costretti a sacrificare qualcosa di fondamentale, senza la possibilità di applicare qualunque altro processo e perdendo di fatto quella causa che rende il tutto più della somma delle sue parti: l’informazione. Non è possibile che ciechi flussi di energia motivati da fattori contingenti e dalla spinta di una selezione abbiano a produrre qualcosa di semanticamente intelligibile a meno che a produrlo, guidarlo o redigerlo non sia un’intelligenza che ne commisti ragionevolmente le parti.

Supponiamo di voler ridimensionare qualcosa di già esistente, come questo articolo: se lo involvessimo in un processo di summa sintesi, riducendolo ad un brandello di poche frasi o addirittura poche parole, non potremmo fare a meno ad un certo punto di perderne la struttura portante che risiede nella grammatica e nella semantica con la quale queste parole vengono commiste e redatte. Così come il processo inverso, possiamo parlare di innovazione incrementale solo laddove questo incremento è guidato e gestito dall’informazione. Qualsiasi altro incremento non gestito dall’informazione non può costituire né infrastruttura né sovrastruttura, ma solo caos: quest’ultimo, che per definizione e in armonia con la seconda legge della termodinamica, può produrre solo entropia e non la sintropia invece evidente in tutti gli esseri viventi e in tutti i prodotti che l’innovazione incrementale pretende di ottenere nella visione neodarwinista.

(1) Bernardo di Chartres – filosofo francese vissuto ai primi dell’anno 1100 d.c.

(2) Leonardo da Vinci

Di Cristian Puliti.

Fotografia: Vittorio Ricci

ricci.v@libero.it

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