Abiogenesi nell’antichità? Alcune considerazioni

L’idea che la vita possa emergere spontaneamente dalla materia inorganica costituisce un tema presente in diverse culture antiche. Ci troviamo, vagamente, in un punto di contatto tra mitologia e interrogativi contemporanei sull’abiogenesi. Proprio questo termine, ‘vagamente’, mi spinge a voler essere chiaro e diretto fin da subito, a scanso di equivoci: nessun autore antico formulò mai un modello minimamente comparabile con le attuali teorie biochimiche. Ciononostante, molte tradizioni – greche, romane, indiane e cinesi – svilupparono concezioni nelle quali la vita è un fenomeno naturale, emergente, già inscritto nelle dinamiche della materia. Vediamo qualche esempio.  

Nel mondo greco antico, la riflessione sulle origini della vita si situa nel contesto della ricerca dell’arché, il principio da cui tutto deriverebbe. Anassimandro (VII-VI sec. a.C.), discepolo di Talete di Mileto, sostiene che gli esseri viventi siano nati dall’umido, generati dal fango e riscaldati dal Sole: «Gli animali, poi, nascono dall’umido, fatto evaporare dal sole. L’uomo, inoltre, è nato simile a un altro animale, cioè al pesce» (Diels-Kranz 2006: 185). E qui la storia si fa particolarmente curiosa: gli uomini potrebbero infatti aver avuto origine all’interno di pesci o animali simili, poiché incapaci di sopravvivere allo stato primitivo: «Anassimandro di Mileto dice che, a parer suo, dall’acqua e dalla terra riscaldate nacquero o pesci o animali simili ai pesci; in essi si formarono gli uomini, i cui feti vi restarono chiusi fino alla pubertà. Dopo che finalmente quelli si spezzarono, ne uscirono uomini e donne che erano già capaci di nutrirsi» (Diels-Kranz 2006: 197).

La teoria della terra generatrice di vita trova una formulazione più complessa in Empedocle di Agrigento (V sec. a.C.), che nel suo poema Sulla natura descrive un mondo primordiale popolato da forme incomplete, che si uniscono casualmente, ma in più generazioni, fino a dare organismi stabili. Quasi una sorta di lungo percorso di trial and error fino a raggiungere un risultato apprezzabile: «Empedocle dice che, tra gli esseri viventi, furono gli alberi a sorgere per primi dalla terra» (Diels-Kranz 2006: 617). E ancora: «Le prime generazioni degli animali e delle piante non erano in alcun modo complete, ma in membra disgiunte e non armonicamente connaturate; le seconde, pur con membra armonicamente connaturate, erano simili a immagini di fantasia; le terze, a loro volta, consistevano in membra di un solo pezzo; le quarte, infine, non si ebbero più a partire da elementi assimilati, come dalla terra e dall’acqua, bensì sulla base di attrazioni reciproche, a causa per gli uni della condensazione del nutrimento, per gli altri della bellezza delle donne, che eccitava l’impulso alla fecondazione» (Diels-Kranz 2006: 619). E, se ancora non bastasse: «Come dice Empedocle, sotto il regno dell’Amicizia hanno avuto origine come capitava, dapprima, membra di esseri viventi, come teste, mani e piedi, e, successivamente, si sono composte (…). Stirpi di uomini con musi di buoi, cioè un misto di bue e di essere umano. E le membra che si misero insieme le une con le altre in modo da poter rimanere sane e salve stabilmente, divennero esseri viventi e sopravvissero, in quanto riuscivano a soddisfare a vicenda i propri bisogni, con i denti che tagliano e masticano il cibo, lo stomaco che lo digerisce, e il fegato che lo trasforma in sangue. E la testa dell’essere umano, unendosi al corpo umano, fa sì che l’intero organismo si conservi; se invece si combina con un corpo di bue, non si adatta a esso e perisce. Infatti, tutti gli esseri che non si combinarono in maniera appropriata perirono» (Diels-Kranz 2006: 687). Occorre sottolineare come tutte queste dinamiche non siano governate da un’Intelligenza, ma dal conflitto eterno, e sempre instabile, tra le forze cosmiche di Amicizia e Odio.

Anassagora di Clazomene (V sec. a.C.), autore che ebbe il grandissimo merito di aver introdotto il Nous (Intelletto) nella speculazione filosofica sulla natura, ritiene che la materia sia composta da semi di ogni cosa, capaci di generare forme viventi se opportunamente combinati. Non fu il Nous a generare la vita, ma esso avviò il processo di aggregazione e separazione dei semi che permise alla materia di organizzarsi. Anche per Anassagora «gli animali in origine nacquero dall’umido, poi si generarono a vicenda» Diels-Kranz 2006: 1029).

Secondo gli ‘atomisti’ Leucippo (V-IV sec. a.C.) e Democrito (V-IV sec. a.C.), tutto ciò che esiste è il risultato di aggregazioni e disgregazioni casuali di atomi – intesi come le componenti ultime e non ulteriormente scomponibili della materia – e la vita non costituisce un’eccezione. Aristotele (384-322 a.C.) riporta che secondo Democrito la giovane Terra, riscaldata dal Sole, produsse spontaneamente organismi semplici, generati dall’interazione tra calore, umidità e particelle materiali.

Orbene, tutte le concezioni testé menzionate costituiscono il preludio alla teoria aristotelica della generazione spontanea o autogenesi della vita, che per Aristotele è la seconda modalità attraverso la quale la vita può sorgere (la prima permane invece la generazione sessuata coinvolgente maschio e femmina). Nelle sue opere biologiche il Filosofo sistematizza questa proposta. Alcuni esseri viventi – in particolare insetti, vermi e piccoli organismi acquatici – possono nascere dalla putrefazione, dal fango o da sostrati umidi, sicché la materia conterrebbe quasi un principio vitale latente che può attualizzarsi in presenza di determinate condizioni ambientali, quali calore solare, umidità o fermentazione. Ora, poiché per Aristotele la natura non compie nulla invano, se anche attraverso questa strada può avere origine la vita, ebbene questa strada verrà per forza percorsa dalla natura! Naturalmente, costituendo Aristotele un’autorità filosofica e scientifica assoluta, per secoli pochi osarono mettere in dubbio tale idea. Rimane comunque una differenza sostanziale: dalla generazione sessuata avrebbero origine gli animali complessi e più perfetti come l’uomo, mentre dalla generazione spontanea soltanto le forme più imperfette. Nella Meteorologia Aristotele parla del ruolo centrale del calore: esso è il principio formativo che permette alla materia di organizzarsi. Lo stesso seme maschile, nota il Filosofo, è caldo e il suo calore attiva la materia femminile; in modo simile, il calore del Sole o della putrefazione attiva la materia inanimata, generando gli organismi semplici. La generazione spontanea avviene soprattutto in ambienti umidi, fangosi o laddove avvenga la decomposizione, perché l’umidità è il sostrato adatto alla vita nascente. L’acqua è fondamentale per la vita, che richiede sempre una componente umida. Molti insetti nascerebbero quindi da fango, letame e carne in putrefazione. Troviamo queste parole nell’opera La riproduzione degli animali: «Di tutti quelli [animali] che non gemmano né fanno il favo la generazione è spontanea. Tutti gli esseri che si formano in questo modo, sia in terra sia in acqua, risultano nascere con la putrefazione e la mescolanza di acqua piovana» (Aristotele 2001: 9-12). La comparsa di larve nella carne in decomposizione viene interpretata come generazione diretta della vita, essendo in antichità ignoto il ciclo riproduttivo delle mosche. Il naturalista italiano Francesco Redi (1626-1697) smentirà clamorosamente questa credenza.

Nel mondo romano Lucrezio (98-55 a.C.) riprende e sviluppa la visione atomistica di Leucippo e Democrito. Nel suo De rerum natura egli descrive la Terra primordiale come una matrice generativa: «Per questo davvero, ricevuto il nome di madre, la terra meritatamente lo conserva, poiché essa stessa creò la stirpe umana, e (…) in un tempo determinato fece nascere ogni animale che qua e là gira selvaggio per grandi montagne, e insieme gli uccelli dell’aria dalle forme diverse» (Lucrezio 2007: p. 381). La combinazione casuale di atomi, unita al calore solare, produce spontaneamente forme di vita. Forme che furono però in origine piuttosto bizzarre: «E la terra in quel tempo cercò di creare esseri strani numerosi, nati di faccia e di membra stupefacenti: l’androgino, tra i due sessi nessuno dei due, d’ambedue remoto, creature prive alcune dei piedi, altre delle mani a lor volta, e anche esseri muti, senza bocca, ciechi, senza viso (…). Altri mostri, ed esseri strani, come questi, la terra creava (…)» (Lucrezio 2007: 383).

Spostandoci nell’Oriente antico, troviamo diverse tradizioni di pensiero che, forzando un po’ la mano, richiamano vagamente la moderna teoria dell’abiogenesi.

Nella cultura babilonese l’origine della vita viene concepita all’interno di una complessa mitologia cosmogonica. Il poema cosmogonico babilonese per antonomasia è l’Enuma Elis (Quando in alto). Apsu e Tiamat sono due entità che esistono prima ancora che cielo e terra siano nominati, e che rappresentano, rispettivamente, l’acqua dolce sotterranea e l’acqua salata marina. Proprio dalla loro unione sorge la vita. Non è un atto speciale, ma un processo emergente dalla materia fluida primordiale, dotata pertanto di vita in potenza. Esiste, sì, una sorta di soffio vitale che gli dèi insufflano nella materia, ma non ha a che vedere direttamente con la nascita della vita, bensì piuttosto con una sorta di previa attivazione di potenzialità già insite nella materia e che porteranno poi alla vita. Da luoghi liminali (acque stagnanti, paludi, putrefazione di cadaveri insepolti ecc.) sorgono vermi, insetti, parassiti, serpenti, scorpioni e altri animali, ma persino demoni minori e spiriti nocivi!

In India, la scuola Samkhya è autrice di una cosmogonia nella quale la vita emerge dalla prakrti, la materia primordiale, attraverso molteplici dinamiche. Nessuna creazione: il vivente ha origine come processo necessario, inscritto nelle capacità della materia e del suo sviluppo. Secondo la declinazione più materialistica del pensiero indiano, anche la coscienza è un chiaro prodotto della materia tramite diversi percorsi di sviluppo.

Il buddismo antico descrive mondi primordiali nei quali gli esseri si formano spontaneamente tramite condizioni materiali e mentali interdipendenti.

Il taoismo cinese ritiene che dal Tao, principio originario ineffabile, nascano tutti gli esseri, secondo una legge necessaria. Nessun progetto, bensì il risultato derivante dall’armonia dinamica del Cosmo. La scuola Yin-Yang afferma che la vita provenga proprio dall’interazione fra yin e yang, modulata dall’energia vitale che permea la materia e che è nota come qi. La medicina cinese antica accoglie poi anch’essa l’idea della generazione spontanea di insetti e piccoli organismi dall’umidità e dalla decomposizione. Per concludere, la moderna teoria dell’abiogenesi, formulata ovviamente con strumenti scientifici ignoti all’antichità e inimmaginabili dagli autori antichi, possiede un generico precedente storico sia in Occidente che in Oriente, e che ho cercato di presentare per linee principali. Pur con tutte le diverse declinazioni, nelle varie concezioni esposte la materia inerte e la vita possiedono una straordinaria continuità. La vita non è mai un fatto eccezionale, ma il risultato – ora potenziale, ora necessario, a seconda della scuola considerata – di dinamiche materiali non guidate. Quindi, un processo emergente, legato alla struttura della natura stessa.

di Mauro Stenico, Consigliere storico e filosofico del Direttivo del CIID.

Bibliografia

Aristotele, 2001 Riproduzione degli animali. Roma-Bari: Laterza, 2001. 

Diels, Hermann – Kranz, Walther, 2006 I Presocratici. A cura di Giovanni Reale. Milano: Bompiani

Lucrezio, 2007 La natura delle cose. A cura di Guido Milanese. Cles (TN): Mondadori.

**Per le tradizioni orientali, mi sono avvalso di ricerche compiute tramite diversi siti internet.

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