Costruire una migliore definizione di Intelligent Design

di William A. Dembski
Premessa del Traduttore
È un grandissimo merito e segno di onestà intellettuale che un autore, uno scienziato o un filosofo, anche a distanza di molti anni – se non di decenni – riveda alcuni aspetti delle proprie ricerche in ottica costruttiva e migliorativa. Può accadere, infatti, che l’orgoglio personale ci impedisca di ammettere che quanto da noi elaborato in precedenza possieda limiti che impedirebbero un ulteriore progresso nelle analisi di fatti o concetti. L’umiltà ci permette invece di comprendere e di ammettere i punti nei quali il nostro lavoro debba essere rivisto, nella consapevolezza che tutti i nostri prodotti sono sempre perfettibili. È proprio questo l’atteggiamento che ha spinto William A. Dembski, uno dei padri assoluti dell’ID, a proporre questo contributo, pubblicato sul sito Evolution news and science today a luglio 2024 con il titolo Building a better definition of Intelligent Design. Raccomando fortemente la lettura di questo articolo, utilissimo per riflessioni presenti e future sull’ID. Nel lungo contributo, Dembski espone le riflessioni e il percorso che, nel giro di alcune settimane, lo hanno condotto a definire l’ID, in modo innovativo, come
«lo studio dei sistemi la cui produzione di informazioni sia meglio spiegata come il risultato di informazioni esterne in essi immesse in modo intelligente, anziché di capacità intrinseche ai sistemi stessi».
Sarà l’Autore a chiarire ogni singolo concetto espresso nella nuova definizione proposta.
Mauro Stenico
Consigliere storico e filosofico del CIID
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1. Tentativi precedenti di definire l’ID
Le attuali definizioni di ID, a prescindere dalle loro imperfezioni, sono risultate sufficientemente valide da ispirare la crescita di una certa mole di ricerca scientifica e di riflessione filosofica sul ruolo dell’intelligenza in natura. In base a queste definizioni, l’ID è diventato un’area di indagine attiva e apportatrice di frutti. Tuttavia, in questo contributo desidero spiegare come mai le definizioni esistenti, che si sovrappongono e che sono – approssimativamente – congruenti, necessitino di essere migliorate. Infine, voglio offrire una definizione nuova e migliorata di ID.
Nessuna delle attuali definizioni di ID è di per sé errata. Esse colpiscono nel segno, eppure non lo centrano appieno. Secondo i miei colleghi di settore, queste definizioni non ci hanno [comunque] rallentato. La miglior scienza si presenta quando gli scienziati riflettono profondamente sui problemi e inventano, creativamente, nuovi modi di pensarli e risolverli. Tali progressi avvengono senza che gli scienziati facciano ossessivamente riferimento a ciò che una definizione manualistica dice a proposito del loro campo di indagine. Il cambiamento delle definizioni in àmbito scientifico è un fatto ordinario: allorché i paradigmi mutino a causa dei progressi scientifici, mutano le definizioni dei libri di testo. Si pensi al calore, che dapprima fu definito come un fluido invisibile e senza peso (teoria calorica) e successivamente come l’energia cinetica delle molecole (teoria cinetica). Ma anche quando i paradigmi vengono affinati, anziché sostituiti, le definizioni-chiave vengono perfezionate. Così, la definizione di atomo di Bohr lasciò il posto a quella di Dirac.
In ogni caso, ammesso quanto sia controverso cercare e affermare di aver trovato prove di un’attività intelligente in natura – soprattutto per quanto riguarda le origini cosmologiche e biologiche – i sostenitori dell’ID non possono eludere che cosa essi precisamente intendano per ID. Può esso, a buon diritto, essere considerato una teoria scientifica? È coerente, si regge sul piano logico? È una dottrina religiosa o ha solo implicazioni religiose? Dovrebbe avere un certo ruolo nell’educazione, nella vita pubblica e nei tribunali? Tali domande sono molto diffuse e la risposta dipende da come definiamo l’ID.
Attualmente non esiste un’unica definizione standard che sia condivisa da tutti i membri della comunità ID, sebbene tutte le definizioni possiedano un significato piuttosto simile. Quella che fino a poco tempo fa ho utilizzato nelle mie conferenze pubbliche, e che è servita come definizione da lavoro è: l’Intelligent Design è lo studio di schemi [patterns, anche‹modelli›] in natura che sono meglio spiegati quali prodotti dell’intelligenza. L’ID consiste quindi nell’identificare alcuni tipi speciali di schemi o caratteristiche in natura e nel mostrare come essi forniscano prove scientifiche convincenti di una causalità intelligente.
Si noti, tuttavia, che l’ID non si limita unicamente a trovare prove di un disegno fattuale in natura. [Infatti,] una volta confermata l’esistenza del disegno in natura, il teorico del disegno si trova di fronte a una certa mole di domande di ricerca. Ne elenco per sottolineare come le definizioni esistenti di ID siano sufficienti a stimolare un autentico programma di ricerca sull’ID stesso. Si badi che tutte queste domande possono essere poste e hanno perfettamente senso senza addentrarsi nell’intenzione o nell’identità di un qualsiasi supposto Progettista [Designer]. In effetti, esse possiedono un significato scientifico perfettamente valido anche qualora si adotti una visione immaginaria di un qualche Progettista; ma naturalmente non v’è nulla che impedisca una visione realista di un qualche Progettista. Ecco, dunque, un elenco parziale delle domande di ricerca:
- Classificazione: quali tipologie di sistemi naturali presentano prove convincenti di progettazione?
- Funzionalità: quali sono le funzioni principali e sussidiarie di un oggetto progettato?
- Vincoli: quali sono i vincoli entro i quali un oggetto progettato funziona bene e al di fuori dei quali si rompe?
- Evolvibilità: quanto può evolvere un sistema progettato con e senza informazioni applicate dall’esterno?
- Trasmissione: in che modo il progetto di un oggetto risale indietro storicamente? Qual è la narrazione causale con la quale l’oggetto è sorto?
- Rilevamento dell’informazione: quali sono gli input informazionali con i quali viene prodotto un oggetto progettato? Qual è la fonte informazionale finale?
- Densità dell’informazione: quanto fittamente è intrecciata l’informazione in un oggetto progettato?
- Costruzione: come è stato fattivamente costruito un oggetto progettato?
- Ingegneria inversa [reverse-engineering]: come è stato effettivamente costruito un oggetto progettato, come potrebbe essere stato costruito?
- Perturbazione: come è stato modificato il progetto originale e quali fattori lo hanno modificato?
- Ripristino: una volta perturbato, come recuperare il progetto originale?
- Ottimalità: in che modo il progetto è ottimale?
Formulai quella che fino a poco tempo fa era la mia definizione operativa di ID verso il 2012. Tuttavia, i miei colleghi del movimento dell’ID e io abbiamo utilizzato varianti di questa definizione fin dagli anni Novanta. Parlando per me, intorno al 2000 definivo l’ID come lo studio dei segni dell’intelligenza. E ancora prima enfatizzavo la rilevabilità empirica del disegno (tramite tali segni o schemi). Anziché elencare cronologicamente le varie definizioni di ID che i miei colleghi e io abbiamo proposto negli anni, vorrei semplicemente sottolineare alcuni dei temi-chiave delle definizioni esistenti. L’elenco seguente intende essere rappresentativo, non esaustivo:
- Rilevabilità empirica. Il disegno in natura non è una vaga intuizione sul fatto se qualcosa sembri [o meno] essere il prodotto di un’intelligenza. Possiamo riconoscerlo quando lo vediamo.
- Peculiarità innescanti. Alcune peculiarità fanno scattare, in modo affidabile, le inferenze sul disegno, fornendo la prova del disegno. Tali caratteristiche sono spesso descritte in termini di schemi, informazioni, segni o firme.
- Complessità irriducibile. Introdotta da Michael Behe, questa è diventata una chiave di innesco tipica, che identifica il disegno di un sistema complesso formato da numerose parti correlate, ognuna necessaria per la funzione primaria del sistema.
- Complessità specificata. Elaborata da me, è divenuta anch’essa una tipica chiave di innesco, che identifica il disegno allorché un evento altamente improbabile (complessità) si accordi a uno schema identificabile (specificazione).
- Origini contro scienza delle operazioni. L’ID distingue la scienza delle origini – che risponde a domande storiche sul come si siano originate le caratteristiche della natura – dalla scienza delle operazioni, che caratterizza i processi tuttora in corso e oggi osservabili.
- Inferenza alla miglior spiegazione. L’inferenza al disegno presuppone un confronto fra spiegazioni alternative per determinare se il disegno sia effettivamente la miglior spiegazione su fondamenti quali il sostegno empirico e l’adeguatezza causale.
- Separazione delle cause. L’ID separa le cause non intelligenti o cieche da un lato – tipicamente descritte in termini di caso e necessità – dalle cause intelligenti o intenzionali dall’altro, descritte in termini di disegno.
Possiamo quindi pensare che la mia definizione del 2012 di ID – e cioè lo studio degli schemi in natura che siano meglio spiegati come prodotti dell’intelligenza – sia una versione abbreviata di tutto ciò. Il punto essenziale, per i teorici del disegno, è che in linea di principio potrebbero esservi prove empiriche convincenti del disegno in natura. Essi considerano quindi l’ID come una tipologia di indagine scientifica, anziché religiosa.
A prescindere dai miglioramenti che possono essere apportati a questa definizione, la definizione esistente è corretta. Per la maggior parte degli scopi pratici, questa definizione caratterizza il modo in cui rileviamo l’intelligenza in natura, vale a dire mediante schemi che richiamano l’intelligenza. Archeologia, ricerca di intelligenza extraterrestre, scienza forense e molte altre scienze speciali sono in accordo con la predetta definizione.
2. La dialettica dell’Orologiaio cieco
L’attuale definizione standard di ID è tuttavia problematica. Due problemi principali la caratterizzano. Innanzitutto, non fornisce alcuna guida o fondamento per spiegare fenomeni che non presentano schemi significativi di intelligenza. In secondo luogo, non distingue l’intelligenza dal disegno, trattandoli invece come sinonimi, anche se la distinzione tra i due è importante e si richiede che compaia in ogni definizione di ID.
Per capire cosa sia in gioco in questo primo punto, si consideri la seguente citazione, tratta da L’orologiaio Cieco di Richard Dawkins:
«La biologia è lo studio di cose complicate che danno l’impressione di essere state progettate per uno scopo».
Dawkins potrebbe essere felice di concedere che in discipline diverse dalla biologia possano esistere schemi che confermano in modo decisivo l’intelligenza. Ma Dawkins è convinto che in biologia non esistano schemi di questo tipo, se non quelli che potrebbero essere stati prodotti da bioingegneri umani o alieni.
Ma lasciando da parte la bioingegneria umana o aliena, Dawkins rifiuta [l’idea] che in biologia sia presente un autentico disegno. L’Orologiaio di Dawkins è cieco, incapace di vero disegno. La selezione naturale, operando senza una guida intelligente, può produrre tutte le caratteristiche dei sistemi biologici che conferiscono loro l’apparenza di un disegno, ma senza un vero disegno.
L’attuale definizione standard di ID, quando venga confrontata con l’argomento dell’Orologiaio cieco di Dawkins, genera pertanto una dialettica problematica. Dialettica che contrappone cause intelligenti o teleologiche e cause non intelligenti o cieche. Le cause intelligenti producono schemi meglio esplicabili come prodotto dell’intelligenza. Le cause non intelligenti, come la selezione naturale che agisce su variazioni casuali, producono schemi che sembrano disegnati, sebbene la loro spiegazione non richieda un appiglio all’intelligenza reale.
Tale dialettica è problematica, perché suggerisce un mondo naturale nel quale le cause intelligenti e quelle non intelligenti si mescolano indistintamente, senza che vi sia un modo valido per distinguerle. La nostra tendenza naturale è quindi quella di dare priorità a un tipo di causa rispetto all’altra. Dawkins, per esempio, sostenendo una visione atea e materialistica della natura, vedrà le cause fondamentali che operano in natura come non intelligenti e l’intelligenza, così come sorge in natura, sarà solo un sottoprodotto di cause non intelligenti che producono esseri come noi tramite un processo evolutivo cieco.
Per Dawkins l’intelligenza è perciò un derivato della non-intelligenza, e quindi non può esistere alcuno schema, in natura, che indichi un’intelligenza non riducibile, in ultima istanza, a forze naturali cieche. L’ID, soprattutto nella misura in cui pretende di trovare una vera causalità intelligente al di là della biologia, è quindi per Dawkins qualcosa di impossibile, perché le sole intelligenze che esistono sono a suo dire quelle evolute, mentre l’ID pretende di scoprire intelligenze non evolute.
Il teismo, ovviamente, rappresenta l’alternativa più immediata all’ateismo di Dawkins. Per i nostri scopi, possiamo interpretare il teismo in modo abbastanza ampio, sì da includere (senza essere esaustivo) il panteismo, il panenteismo, il deismo e il teismo tradizionale (come nel giudaismo, nel cristianesimo e nell’islam). Con il teismo di qualsiasi tipo, non ci sono cause cieche o non intelligenti di per sé. Anche con la teologia del processo e il teismo aperto – nei quali i processi casuali, come quelli mostrati dall’indeterminazione quantistica, sono al di là della piena conoscenza e del controllo persino di Dio – vi è ancora la sensazione che Dio stia usando la casualità al servizio della teleologia, e quindi anche in queste teologie, nelle quali Dio è meno che onnisciente e onnipotente, non sono in gioco cause completamente cieche.
3. Causazione primaria e secondaria
Quale rappresentante della risposta teistica alla dialettica dell’Orologiaio cieco di Dawkins, che contrappone cause intelligenti a cause non intelligenti, desidero concentrarmi sulla distinzione aristotelico-tomista fra causalità primaria e casualità secondaria. La causalità primaria indica l’azione diretta di Dio, inteso come la fonte ultima di tutto l’essere e di ogni attività dell’universo. In quanto causa prima, Dio dà inizio e sostiene l’esistenza nella sua interezza e le potenze causali. La causalità primaria trova le sue radici nella nozione di motore immobile di Aristotele e viene ulteriormente sviluppata in Tommaso d’Aquino, secondo il quale la volontà e il potere di Dio rappresentano la causa fondamentale di tutto quanto accade. La causalità divina non è un evento unico, bensì un atto continuo di creazione e sostentamento che assicura che tutti gli enti vengano mantenuti in esistenza e funzionino secondo la loro natura.
La causalità secondaria, invece, indica l’attività degli esseri creati, che operano all’interno dell’ordine stabilito dalla causa primaria. In tale concezione le creature sono davvero causa degli effetti nel mondo, ma il loro potere causale deriva e dipende dalla causalità primaria di Dio. Nell’accendere un fuoco, per esempio, una persona agisce come causa secondaria, laddove la causalità primaria di Dio assicura invece l’esistenza e le proprietà sia della persona, sia del fuoco, così come le leggi della natura che rendono possibile tale atto. Questa distinzione permette di integrare in modo coerente l’onnipotenza divina con l’efficacia reale degli agenti creati.
La tradizione aristotelico-tomista afferma che sebbene Dio sia la causa ultima di tutto, le cause secondarie svolgono un ruolo reale e significativo all’interno dell’ordine del mondo creato da Dio. Tale concezione della causalità secondaria implica che tutte le cause e gli effetti nel mondo si allineino in ultima analisi con la volontà divina, fatto che a sua volta implica la non esistenza di cause veramente cieche o non intelligenti, in contraddizione con l’ateo materialista, secondo il quale esistono [invece] solamente cause cieche o non intelligenti.
Ogni azione eseguita dalle cause secondarie è quindi, nella tradizione aristotelico-tomista, parte del piano di Dio per la creazione. L’onniscienza e l’onnipotenza di Dio si estendono a tutti i dettagli della creazione, rendendo parte di un piano divino anche gli eventi apparentemente casuali. Si noti, però, che la causalità secondaria, nonostante sia istituita da Dio, a differenza della causalità primaria è limitata in ciò che può compiere. Gesù che cammina sulle acque, che trasforma l’acqua in vino e che risorge dai morti sono [azioni] al di là della portata della causalità secondaria. I limiti della causalità secondaria lasciano quindi spazio ai miracoli, nei quali la causalità primaria di Dio interviene a trascendere le capacità [limitate] della causalità secondaria.
Anche se questa breve panoramica della comprensione aristotelico-tomista della causalità primaria e secondaria potrebbe sembrare una digressione, essa sottolinea la necessità di ulteriori chiarimenti nella nostra definizione standard di ID: se un oggetto o un evento presenta uno schema meglio spiegabile come prodotto dell’intelligenza, che cosa dovremmo fare degli oggetti o degli eventi che non presentano i predetti schemi?
Dalla prospettiva aristotelico-tomista, ogni cosa manifesta l’intelligenza divina. Pertanto, sembrerebbe che all’interno di questa prospettiva l’identificazione di schemi in natura indicanti intelligenza, come vorrebbe la definizione standard di ID, sia inutile e fuorviante. Chi segue Aristotele e Tommaso sa già che ogni cosa è dotata di intelligenza, e l’ID non sembra quindi offrire elementi aggiuntivi.
Tuttavia, l’idea di schemi indicanti l’intelligenza, che è insita nell’attuale definizione standard, ha dimostrato di possedere un valore pratico. Tizio e Caio sono morti per cause naturali o a causa di un crimine? Quel saggio è stato scritto da lui e da lei senza aiuto o è frutto di un plagio? I segni su quella roccia sono il risultato del vento e dell’erosione o dell’incisione intenzionale di lettere (come nella Stele di Rosetta)? In tali esempi l’appello all’intelligenza e al disegno sembra molto più forte e pressante da una parte rispetto all’altra. Anche se né le cause primarie né quelle secondarie possono carpire questa differenza, la differenza deve essere colta.
Per approfondire il punto, consideriamo il SETI, cioè la ricerca di intelligenza extraterrestre. I ricercatori del SETI cercano segni di intelligenza dallo spazio. Finora non hanno trovato segnali radio che mostrino schemi indicanti l’intelligenza. Immaginiamo però adesso che essi trovino segnali radio di questo tipo, per esempio segnali tecnologici che possano essere ragionevolmente attribuiti soltanto a civiltà tecnologicamente avanzate. La maggior parte delle persone descriverebbe i segnali radio che non confermano il SETI come casuali, e quelli che lo confermano come progettati. Tuttavia, anche se in un certo senso l’intelligenza si cela dietro entrambi i segnali, sembra che si debba fare una distinzione importante tra i due tipi. Di conseguenza, se le definizioni esistenti di ID non sono in grado di cogliere adeguatamente la distinzione, abbiamo bisogno di una definizione migliore.
4. Materia contro informazione
Nel distinguere fra l’apparentemente casuale e il chiaramente non casuale – come negli esempi più sopra esaminati – Aristotele fornisce una via d’uscita. Tale via si basa su due distinzioni proprie: quella tra materia e informazione, e quella tra natura e progetto. Cominciamo con la prima. La materia è materiale grezzo che può assumere qualsiasi forma. L’informazione è ciò che dà forma alla materia, fissandone una a esclusione di altre. Le parole materia e informazione derivano dal latino. La materia (dal sostantivo latino materia) si riferiva in principio al legname grezzo usato per costruire le case. In seguito giunse a indicare qualsiasi materia prima o materiale dotato della potenza [capacità] di assumere figure, forme o disposizioni diverse. Aristotele scriveva naturalmente in greco e il suo equivalente per materia era hylē (ὕλη).
Informare (dal verbo latino informare) significa dare forma a qualcosa. L’equivalente greco in Aristotele è il sostantivo morphē (μορφή), per indicare la forma, e il verbo morphoō (μορφόω) per indicare l’attività di formare, plasmare o modellare, e quindi di informare. Diversamente dalla materia passiva o inerte, sulla quale è necessario agire, l’informazione è attiva. L’informazione agisce sulla materia per darle la sua forma, la sua disposizione o la sua struttura.
Si consideri che sto utilizzando termini come figura, forma e disposizione in modo intercambiabile. Aristotele distinguerebbe la forma, nel senso di forma sostanziale o essenza, dalla semplice figura o disposizione. Per le mie esigenze è però sufficiente che la figura o la disposizione siano correlate alla forma nel senso di Aristotele. Così, affinché il marmo esprima la forma (nel senso di Aristotele) del David di Michelangelo, deve possedere una figura o una disposizione precisa.
La relazione tra la materia – con il suo potenziale di assumere qualsiasi forma possibile – e l’informazione, con la sua restrizione delle possibilità a una gamma ristretta di figure, è fondamentale per la nostra comprensione del mondo. Di certo, questa relazione vale per tutti gli artefatti umani. Ciò è vero non solo per gli artefatti umani composti da materiale fisico (come le statue di marmo del David), ma anche per gli artefatti umani composti da materiale più astratto (come poesia e matematica).
In effetti, per molte invenzioni umane la materia prima non consiste in sostanze fisiche, ma in sostanze astratte come i caratteri alfabetici, le note musicali e i numeri. La materia prima per un sonetto shakespeariano, per esempio, consiste nelle 26 lettere dell’alfabeto [inglese, NDT]. Proprio come una statua del David si trova solo in potenza all’interno di un blocco di marmo, così un sonetto shakespeariano trovasi solo in potenza in quelle 26 lettere. Vi è bisogno di un Michelangelo per dar vita alla statua del David, e serve uno Shakespeare per disporre le 26 lettere in modo appropriato affinché emerga uno dei suoi sonetti.
La relazione tra materia e informazione che stiamo quivi descrivendo è antica ed era compresa dagli antichi greci, specialmente dagli Stoici, che vedevano Dio come logos, il principio attivo che porta ordine al cosmo. Comunque, niente di quanto detto finora sulla relazione fra materia e informazione è particolarmente controverso. Il mondo consiste in materia prima che aspetta di essere disposta in modo adeguato. Da un lato, vi è la materia, sostanza passiva o inerte che aspetta di essere disposta; dall’altro, l’informazione, principio attivo o agente che si occupa di disporre [organizzare]. La distinzione offre un modo perfettamente chiaro e utile per suddividere l’esperienza e conferire significato al mondo. Gran parte della nostra conoscenza del mondo dipende dalla comprensione di questa relazione fra materia e informazione.
5. Natura contro disegno
Nella relazione tra materia e informazione, la questione cruciale è in che modo l’informazione entri nella materia. Per Aristotele vi sono due modi per inserire informazione nella materia: per natura e per progetto. Negli esempi considerati nella sezione precedente, ci siamo concentrati sull’attività di un’intelligenza progettante (uno scultore o uno scrittore) che informa o dà forma a determinati materiali grezzi (un pezzo di marmo o le lettere dell’alfabeto). Ma le intelligenze progettuali non rappresentano le uniche potenze causali capaci di strutturare la materia e di impartire, quindi, informazioni. Anche la natura è capace di strutturare la materia e impartire informazioni.
Si consideri la differenza tra pezzi di legno grezzo e una ghianda. I pezzi di legno grezzo non hanno il potere di assemblarsi da soli in una nave. Affinché dei pezzi di legno grezzo si trasformino in una nave, serve un designer che progetti un piano e poi disponga i pezzi di legno, seguendo il progetto, in una nave. Ma dove si trova il progettista che fa sì che una ghianda si trasformi in una quercia adulta? Non c’è: la ghianda ha la capacità [potenza] di trasformarsi in una quercia.
La natura e il disegno rappresentano pertanto due modi diversi di produrre informazione. La natura produce informazione internamente. La ghianda assume la forma che possiede per mezzo di capacità a essa interne: la ghianda è un seme programmato [progettato] per produrre una quercia. Dall’altra parte, una nave assume la forma che possiede tramite capacità esterne a essa: un’intelligenza disegnante impone una struttura adeguata ai pezzi di legno per formare una nave. Non solo Aristotele conosceva la distinzione fra informazione e materia, ma altresì tra disegno e natura. A suo dire, il disegno consiste in capacità esterne a un oggetto. Il disegno conduce [l’oggetto] alla forma tramite aiuto esterno. La natura consiste invece in potenze interne a un oggetto: essa conduce [l’oggetto] alla forma senza aiuti esterni. Così, nel Libro XII° della sua Metafisica, Aristotele scrive:
«Il disegno è un principio di movimento in qualcosa che è altro dalla cosa mossa; la natura è un principio nella cosa stessa».
Nel Libro II° della sua Fisica, Aristotele si riferisce al disegno come a ciò che completa «ciò che la natura non può portare a termine».
La parola greca qui tradotta come disegno è technē (τέχvη), da cui la nostra parola tecnologia [tecnica]. Il corrispondente latino è ars/artis, da cui le nostre parole artigiano e artefatto. Nelle traduzioni di Aristotele, la parola inglese più comunemente usata per tradurre technē è art nel senso di artefatto. Disegno, arte e technē sono allora sinonimi. L’idea essenziale che fa loro da sfondo è che l’informazione viene impartita a un oggetto dall’esterno dell’oggetto medesimo, e che il materiale costituente l’oggetto, salvo che per il tramite dell’informazione esterna, non ha la potenza di assumere la forma che possiede. I pezzi di legno grezzo non hanno dunque da sé soli la potenza di formare una nave.
Ma se i pezzi di legno grezzo avessero [invece] davvero una tale capacità auto-organizzativa? Nel Libro II° della Fisica, Aristotele solleva e risponde a questa domanda:
«Se l’arte della costruzione navale fosse [insita] nel legno, essa produrrebbe gli stessi risultati per natura».
In altre parole, se pezzi grezzi di legno avessero la capacità di formare navi, dovremmo affermare che le navi vengono all’esistenza per natura. La parola greca qui tradotta come natura è physis (φύσις), da cui la nostra parola fisica. La radice indoeuropea dietro physis significa crescita e sviluppo. La natura produce informazioni non imponendole dall’esterno, ma facendo crescere o sviluppare strutture ricche di informazioni dall’interno. La ghianda è emblematica: a differenza del legno, che deve essere modellato da un designer per formare una nave, le ghiande producono querce in modo naturale: semplicemente, la ghianda necessita di un ambiente adatto in cui crescere.
Alla luce della distinzione di Aristotele fra natura e disegno, la domanda centrale alla quale qualsiasi scienza dell’ID deve rispondere allorché tenti di spiegare un qualche sistema nel mondo naturale è quindi: il sistema è autosufficiente nel senso di possedere al suo interno tutte le risorse necessarie (natura) per generare le strutture ricche di informazioni che esso manifesta, oppure richiede anche un contributo dall’esterno (disegno) per realizzare quelle strutture?
Aristotele sostiene che l’arte della costruzione navale non risieda nel legno che costituisce la nave. Abbiamo visto che l’arte della composizione di sonetti non risiede nelle lettere dell’alfabeto. Allo stesso modo, l’arte di scolpire statue non è nella pietra dalla quale vengono fatte le statue. Ognuno di questi esempi richiede un progettista. Una scienza dell’ID che sia di successo dimostrerebbe che l’arte di costruire certe strutture ricche di informazioni in natura – come gli organismi biologici – non si trova nella materia fisica che costituisce queste strutture, ma abbisogna invece dell’input di informazioni dall’esterno del sistema.
6. Il legame fra intelligenza e informazione
Finora abbiamo discusso solo la concezione classica dell’informazione per come sviluppata da Aristotele. La concezione moderna si sovrappone a quella di Aristotele, ma è più adatta alla scienza e alla matematica contemporanee. Inoltre, può presentarsi senza [bisogno di] una metafisica conclamata. La concezione moderna è tratta dalla teoria della comunicazione di Shannon e dal successivo lavoro sulla teoria matematica dell’informazione. L’idea-chiave a essa soggiacente è la restrizione delle possibilità. Nello specifico, più le possibilità vengono ridotte, maggiore è l’informazione.
Un esempio: se dico che mi trovo sulla Terra, non ho trasmesso alcuna informazione, perché già si sapeva (lasciamo da parte i viaggi nello spazio). Se dico che sono negli Stati Uniti, già ho iniziato a restringere [le possibilità sul] dove mi trovo nel mondo. Se dico che sono in Texas, ho ulteriormente ristretto la mia posizione. Se poi dico che sono 40 miglia a nord di Dallas, ho ancor più ristretto la posizione. Più restringo la mia posizione, più informazioni fornisco.
Le informazioni sono quindi sempre qualcosa di escludente: più possibilità vengono escluse, maggiore è l’informazione trasmessa. Come affermato dal filosofo Robert Stalnaker (Inquiry, p. 85):
«Imparare qualcosa, acquisire informazioni, significa escludere possibilità. Comprendere le informazioni veicolate in una comunicazione significa sapere quali possibilità vengano escluse dal suo esser vera».
Escludo molte più parti quando dico che sono in Texas, 40 miglia a nord di Dallas, rispetto a quando dico, semplicemente, che sono negli Stati Uniti. Quindi, dire che sono in Texas, a nord di Dallas, trasmette molte più informazioni rispetto a dire che sono negli Stati Uniti.
L’etimologia della parola informazione coglie questa comprensione escludente dell’informazione. Abbiamo già discusso l’etimologia nella sezione 3, riferita alla relazione aristotelica tra materia e forma. Per approfondire ancor più, la parola informazione deriva dalla preposizione latina in, che significa dentro o in, e dal verbo formare, che significa dare forma a. L’informazione conferisce una forma definita a qualcosa, il che significa però escludere altre forme. L’informazione, anche nella sua concezione classica, restringe quindi la forma in questione. Uno shmoo [personaggio inventato dei cartoni animati, NDT] completamente informe, come la materia prima di Aristotele, è in attesa, nel limbo, di ricevere informazioni. Solo venendo informato mostrerà una struttura definita.
La concezione di informazione di Aristotele si sovrappone, ma è anche separata dalla concezione moderna di informazione. La concezione di Aristotele, come visto nella sezione 3, è legata alla sua teoria della causa formale, ove l’informazione è concepita come la causa che dà forma alla materia e rende un oggetto materiale ciò che è. Nel pensiero aristotelico, la causa formale determina struttura e proprietà di un oggetto, definendone l’essenza.
Per Aristotele l’informazione è pertanto più di una semplice riduzione delle possibilità: è un principio organizzativo intrinseco che trasforma la materia in un’entità coerente e dotata di scopo. Eppure, la concezione moderna dell’informazione, nonostante non sia legata alla comprensione aristotelica della causa formale, è comunque coerente con essa. Definendo l’essenza di una cosa, l’informazione aristotelica la rende questa [cosa] e non quella. È quindi intrinsecamente escludente, circostanza che si allinea con l’informazione in senso contemporaneo, ovverosia come restrizione delle possibilità.
Passiamo ora all’intelligenza. L’intuizione fondamentale dell’informazione come riduzione delle possibilità si accorda perfettamente con il concetto di intelligenza. La parola intelligenza deriva da due parole latine: la preposizione inter, che significa tra, e il verbo legere, che significa scegliere. Nel suo aspetto più fondamentale, l’intelligenza significa allora la capacità di scegliere tra. Quando però si compie una scelta, alcune possibilità vengono attualizzate a scapito di altre, operando così una restrizione. Pertanto, un atto di intelligenza è anche un atto di informazione.
Se risaliamo ulteriormente nell’etimologia di intelligente, il l-i-g che appare in essa deriva dalla radice indoeuropea l-e-g. Tale radice appare nel verbo greco lego, che ai tempi del Nuovo Testamento significava parlare. Il suo significato originale indoeuropeo, tuttavia, era posare, e da lì raccogliere e mettere insieme. Più tardi venne a significare scegliere e disporre parole, e da lì parlare. La radice l-e-g ha diverse varianti, apparendo come l-o-g in logos e come l-e-c in intellect e select.
Per inciso: questo breve studio etimologico rivela come il colpaccio di Darwin sia stato quello di cooptare il termine selezione, prima associato alla scelta consapevole di agenti finalizzati, e legarlo al termine naturale. Con la terminologia selezione naturale, Darwin intende dunque recuperare tutti i benefici della scelta, come tradizionalmente concepita, ma senza richiedere i servigi di un’intelligenza reale. Così, ancora oggi leggiamo affermazioni come quella di Francisco Ayala, secondo cui la più grande scoperta di Darwin è stata darci un «disegno senza disegnatore», che Dawkins ha descritto come l’impressione di un disegno senza un vero disegno.
Nel cooptare il termine selezione, i darwinisti occultano l’idea di scelta. La scelta è una contingenza diretta che attualizza alcune possibilità a scapito di altre per raggiungere un fine o uno scopo. Un sinonimo della parola scelta è decisione, con le forme verbali corrispondenti, cioè scegliere e decidere. Anche decisione e decidere provengono dal latino, combinando la preposizione de, che significa giù da, e il verbo caedere, che significa tagliare o uccidere (vedasi la nostra parola inglese homicide).
In linea con questa etimologia, le decisioni aprono alcune possibilità tagliando fuori o eliminando altre. Se decido di sposare una persona, escludo tutte le altre persone con le quali potrei sposarmi (considerando che il rapporto matrimoniale è uno-a-uno). Un atto decisionale è perciò sempre una riduzione delle possibilità. È un atto informazionale. Data la definizione di intelligenza come scelta tra, esso è però anche un atto intelligente.
7. Una nuova definizione di ID basata sull’informazione
Tutto quanto affermato in questo articolo ha rappresentato un’introduzione. Siamo ora finalmente in grado di offrire una nuova e migliorata definizione di ID basata sull’informazione. Invece di fornire altre ragioni per la definizione promessa, lasciatemela proporre direttamente qui di seguito:
L’Intelligent Design è lo studio dei sistemi la cui produzione di informazioni sia meglio spiegata come il risultato di informazioni esterne in essi immesse in modo intelligente, anziché di capacità intrinseche ai sistemi stessi.
Ciò che segue sarà un commento su questa definizione, volto a chiarirne i termini-chiave, sia quelli esplicitamente menzionati, sia quelli impliciti.
Intelligenza contro disegno. A differenza delle precedenti definizioni di ID, questa definizione traccia una chiara distinzione tra intelligenza e disegno. L’intelligenza è un agente intenzionale chiamato in causa per spiegare l’output informazionale di un sistema. Nella definizione, la predetta intelligenza agisce non soltanto come intelligenza, ma come intelligenza progettuale, immettendo informazioni nel sistema dall’esterno. Questa definizione è allora in linea con la concezione del disegno di Aristotele, nella quale a differenza della natura, che genera informazioni internamente, il disegno le genera esternamente. Questa definizione sottolinea quindi anche la ragione per unire le parole intelligente e disegno a formare il termine disegno intelligente. Intelligente, come aggettivo che si unisce a disegno, assicura che non stiamo parlando della mera apparenza del disegno (come in Francisco Ayala o in Richard Dawkins). Stiamo parlando invece di una vera intelligenza, responsabile del disegno. Inoltre, si tratta di disegno in pieno senso aristotelico, [inteso] come immissione esterna di informazioni da parte di un’intelligenza, e non come qualcosa che sembri progettato ma sia in realtà auto-generato.
Sistemi. Nella definizione, il riferimento ai sistemi delimita correttamente il campo della definizione stessa. Dato che il disegno riguarda informazioni immesse esternamente, sorge immediatamente la domanda su quale sia il destinatario delle informazioni. Il ricevente, secondo la nostra nuova definizione, è un sistema. L’etimologia greca della nostra parola inglese system denota qualcosa che sta assieme, suggerendo di solito un complesso di parti formanti un tutto. Nella nuova definizione di ID, possiamo trattare i sistemi in modo assai più ampio, come qualsiasi entità coerenti con determinate capacità logiche o causali. Per i nostri obiettivi, la cosa importante riguardo ai sistemi è come essi operino all’interno di limiti. Ciò che si trova all’interno del limite appartiene a un sistema, ciò che si trova all’esterno no.
Ciò affermato, i sistemi possono essere intrecciati, in modo che un dato sistema possa contenere sottosistemi, ma anche far parte di sovrasistemi. Un sistema composto da carta e matita non può, da solo, creare un sonetto shakespeariano. Aggiungiamo a quel sistema un bambino di 7 anni che ha appena imparato a leggere e scrivere: quel sovrasistema sarà egualmente incapace di creare un sonetto shakespeariano. Aggiungiamo al sovrasistema la figura di William Shakespeare, e quel sovra-sovrasistema sarà in grado di produrre un sonetto shakespeariano. I sistemi possono essere grandi. Possiamo, per esempio, considerare il sistema globale del pianeta Terra. Questo sistema può avere la capacità di originare vita da un pianeta in precedenza privo di vita senza un input intelligente applicato dall’esterno? Non serve essere un teorico del disegno per rispondere negativamente alla domanda. Infatti, Francis Crick inventò la sua teoria della panspermia diretta perché non pensava che la Terra avesse la capacità di generare vita da sola. La teoria della panspermia diretta di Crick rientra nella nuova definizione proposta di ID.
Nel controbattere al fatto che la miglior spiegazione per un sistema che produce determinate informazioni sia l’input intelligente di informazioni esterne (disegno), i naturalisti [ciò coloro per i quali la natura tutto spiega, senza necessità di un Designer, NDT] spesso ampliano il sistema in questione, assimilandolo a un ambiente che – presuppongono – contiene tutte le risorse informazionali necessarie per spiegare le informazioni prodotte. La manovra di inglobare un sistema in un ambiente sufficientemente grande (super-super-sistema) dovrebbe rendere superflue le spiegazioni di disegno nello studio della natura, poiché si presume che tale ambiente contenga tutte le informazioni che altrimenti dovrebbero essere inserite esternamente. Si dice quindi che tutte le informazioni necessarie risiedano nell’ambiente (sia esso caricato frontalmente [front-loaded] oppure autogeneratosi). L’ambiente diviene pertanto una fonte illimitata di informazioni che elimina ogni necessità di un disegno. Chiamo questa manovra di estensione di un sistema in modo che coincida con un ambiente informazionalmente totipotente [con il nome di] fallacia ambientale. È una fallacia:
- Perché sminuisce illegittimamente l’integrità dei sistemi, che devono essere considerati secondo i propri termini e che non possono essere assorbiti a caso in sovrasistemi più grandi semplicemente per evitare il problema del disegno.
- E inoltre perché presuppone unicamente che l’ambiente possieda sempre risorse informazionali sufficienti per sconfiggere il disegno, anziché il fatto che l’ambiente abbia sempre bisogno di una valutazione accurata delle proprie risorse informazionali interne per determinare se esse siano a tutti gli effetti adatte a sconfiggere il disegno e, in caso contrario, consentire un’inferenza valida verso il disegno.
La scelta del sistema da analizzare in vista di prove del disegno aderisce tipicamente a un principio di Goldilocks: non deve essere né troppo grande né troppo piccolo, ma giusto, laddove giusto significa che il sistema consente una valutazione accurata del fatto se l’informazione in questione sia effettivamente generata internamente o sia invece il risultato di informazioni applicate esternamente e provenienti da fonti intelligenti (disegno). Le tipologie-chiave di sistemi in biologia che forniscono prove di disegno in questo senso sono quelle che mostrano complessità irriducibile e specificata.
Capacità. Un termine-chiave nella nuova definizione di ID è capacità. Il termine si riferisce ai poteri causali dei sistemi di produrre determinati effetti o risultati. I sistemi sono in grado di compiere alcune cose, ma non altre. Un’autovettura che va con un motore a combustione interna, ma che sia senza benzina, non ha la capacità di essere guidata; con la benzina, sì. Aristotele intende le capacità nei termini della sua distinzione fra potenza e atto, distinzione che si inserisce nella sua metafisica allo scopo di caratterizzare come gli enti esperimentino mutamenti. Tuttavia, ai fini della nostra attuale definizione di ID, abbiamo bisogno unicamente di un concetto di capacità che concepisca con serietà i poteri causali. Aristotele si qualifica di certo in questo contesto, ma anche altri approcci [lo fanno], come il realismo scientifico. La filosofa della scienza Nancy Cartwright ha articolato una concezione delle capacità che risulta congeniale alla nostra nuova definizione di ID. Lo ha fatto nel suo libro Le capacità della natura e la loro misurazione (Oxford, 1989). Quivi ella afferma che le leggi scientifiche e le regolarità osservate non siano semplicemente descrizioni di eventi passivi, ma sono sorrette da capacità che possono manifestarsi differentemente a seconda del contesto. Cartwright pone in discussione la concezione per la quale le leggi della natura siano universalmente applicabili senza eccezioni, proponendo invece che dette leggi descrivano tendenze che si realizzano quando le capacità rilevanti vengono attivate nelle circostanze appropriate. Ai fini della nuova definizione di ID, la concezione delle capacità proposta da Cartwright chiarisce i poteri causali dei sistemi e come questi interagiscono per produrre fenomeni osservati.
Caso e probabilità. Questi termini non appaiono nella definizione di ID, ma vi sono impliciti. Le capacità, intese come potenze causali, possono essere descritte scientificamente e matematicamente in termini di caso e probabilità. Così, dire che un sistema possieda la capacità di produrre un certo output significa affermare che il sistema, lasciato a se stesso, produrrà – con alta probabilità – l’output. Al contrario, dire che un sistema non ha la capacità di produrre un dato output significa ammettere che il sistema, tranne che con un input esterno, produrrà l’output con bassa probabilità. In un approccio probabilistico alle capacità, il caso descrive semplicemente il comportamento probabilistico di un sistema nella produzione di determinati output. In tal guisa, il caso non afferma alcunché sul fatto che i processi causali sottostanti siano teleologici o a-teleologici [cioè dotati di una finalità oppure no, NDT].
Questo approccio al caso è compatibile con il pensiero di Aristotele secondo il quale la causalità tutta sarebbe, in ultima analisi, teleologica (nella filosofia aristotelica, infatti, il caso è l’incontro accidentale di catene causali indipendenti, tutte teleologiche). L’approccio è però altrettanto compatibile con la visione di Jacques Monod (vedasi l’opera Il caso e la necessità), ove ogni causalità è, in ultima analisi, a-teleologica. Il caso, per come implicito nella nuova definizione di ID, è dunque semplicemente un modo non pregiudiziale di descrivere il comportamento probabilistico di un sistema. Le azioni intelligenti sono chiaramente responsabili del comportamento casuale di alcuni sistemi.
Si considerino, per esempio, gli studenti all’ultimo anno di liceo che intendono andare all’università l’autunno successivo. Tutte le decisioni dei potenziali studenti di fare domanda per le università, così come tutte le decisioni delle commissioni universitarie di accettare o rifiutare le loro domande, sono sotto un controllo consapevole e intelligente. Tuttavia, distribuzioni ben definite di probabilità caratterizzano il numero delle domande di ammissione, proprio come il numero di ammissione e rifiuto per determinate scuole (Caltech e Harvard sono a oggi le più concorrenziali).
Si noti che l’uso delle probabilità per tracciare le relazioni causali è ben consolidato. Patrick Suppes, Nancy Cartwright e Judea Pearl hanno tutti presentato argomentazioni convincenti su come ottenere le cause dalle probabilità. Il luogo comune «correlazione non è causazione» risulta sfruttato troppo e molto spesso occulta un’ignoranza autoimposta. Come sostiene in modo convincente Judea Pearl nel suo Il libro dei perché, è del tutto razionale affermare di conoscere la causa di qualcosa utilizzando argomenti probabilistici e statistici che setacciano sia le prove a favore, sia quelle contrarie. La causalità probabilistica viene compresa in prima istanza attraverso la dipendenza probabilistica. Nella sua forma più basilare, affinché A sia causa di B, deve esistere una dipendenza probabilistica tra esse. Nello specifico, l’accadere di A deve aumentare la probabilità che si verifichi B. Formalmente, P(B∣A) > P(B).
Questa idea può essere ulteriormente sviluppata utilizzando diagrammi causali, analisi controfattuali e il ragionamento bayesiano. Ma il punto da notare, in relazione alla nostra nuova definizione di ID, è che le capacità dei sistemi possono essere modellate probabilisticamente, proprio come i cambiamenti nelle capacità dei sistemi tramite l’immissione di nuove informazioni esterne.
Informazione. L’informazione figura in modo prominente nella definizione. Non vi si trova a guisa di metafora, ma come un’entità reale capace di venir misurata mediante gli strumenti della moderna teoria matematica dell’informazione. Laddove le precedenti definizioni di ID enfatizzavano schemi indicanti intelligenza che vengono meglio spiegati quali prodotto dell’intelligenza, la nuova definizione enfatizza output informazionali che sono meglio spiegati da preesistenti input informazionali applicati dall’esterno e derivanti dall’intelligenza, con output e input associati a particolari sistemi. I riferimenti a schemi e informazioni nelle definizioni precedenti e successive di ID sono paralleli.
Nella sua opera Cibernetica,il matematico Norbert Wiener osserva che «l’informazione è informazione, non materia o energia». È importante notare questo punto quando si lavora con la nuova definizione di ID. Le capacità di molti sistemi vengono misurate in termini di energia e materia. In precedenza, abbiamo considerato l’esempio di un’autovettura con un motore a combustione interna mancante di benzina nel serbatoio. Siffatto veicolo non ha la capacità di muoversi da solo. Ciononostante, una volta che il serbatoio sia pieno di benzina avrà la capacità in esame. In questo caso, l’input (gas nel serbatoio) che spiega l’output (l’autovettura in grado di muoversi) è, tuttavia, non informazionale, bensì energetico.
Il focus nella nostra nuova definizione è completamente sull’informazione. L’informazione può richiedere un certo coinvolgimento energetico. Ad esempio, una vecchia radio a transistor non ha la capacità di riprodurre, da sola, un’esibizione musicale registrata; richiede invece un segnale che codifichi l’esibizione da trasmettere. Quel segnale utilizzerà energia, ma sarà un’energia diretta che è anche portatrice di informazioni. Le informazioni immesse saranno meglio spiegate come informazioni esterne immesse in modo intelligente (cioè disegno). Si badi però che una radio digitale contemporanea potrebbe possedere un’unità di memoria che contiene file mp3 di esibizioni musicali registrate. Tale radio, a differenza di una a transistor di vecchio stampo, potrebbe quindi avere la capacità di riprodurre musica da sola, senza input informazionale esterno, dato che la musica è memorizzata su un chip di memoria nella radio.Questo esempio sottolinea la necessità di determinare quali siano le reali capacità dei sistemi il cui disegno venga discusso.
Sebbene in molti casi l’applicazione esterna delle informazioni da parte dell’intelligenza coinvolga energia, bisogna evitare di fare dei percorsi energetici osservati una precondizione per le informazioni esterne inserite in modo intelligente. Le relazioni informazionali non richiedono relazioni energetiche. Come osserva Fred Dretske in Conoscenza e flusso di informazioni (MIT, 1981, p. 26):
«Potrebbe sembrare che la trasmissione dell’informazione […] sia un processo che dipende dall’interrelazione causale [si pensi alla causalità fisica in termini di energia] fra sorgente e ricevente. Il modo in cui si trasmette un messaggio da S [sorgente] a R [ricevente] è mediante l’avvio di una sequenza di eventi in S che culmina in una sequenza corrispondente in R. In termini astratti, il messaggio viene trasmesso da S a R tramite un processo causale che determina ciò che accade a R in termini di ciò che accade a S. Il flusso di informazioni può – e nella maggior parte dei casi ovviamente è così – dipendere da sottostanti processi causali [ancora, si pensi alla causalità fisica e all’energia]. Ciononostante, le relazioni informazionali fra S e R devono essere distinte dal sistema di relazioni causali [ancora, si pensi all’energia] esistenti tra questi punti».
Qui il punto-chiave per la nostra nuova definizione di ID è che le relazioni informazionali hanno la precedenza sulle relazioni energetiche. Possiamo sapere, per esempio, che una moneta magica i cui lanci originino la cura per il cancro in codice Unicode (1 per testa, 0 per croce) sia sotto un controllo intelligente esterno. Infatti, i sistemi composti da monete lanciate dagli esseri umani non hanno la capacità di produrre comunicazioni significative, figurarsi progressi medici rivoluzionari. Il centesimo sta nel nostro caso attingendo a una fonte di informazione [collocata] al di fuori di sé. Non importa nemmeno se non si riesca a trovare – o se non esista – una catena di causalità fisica che coinvolga materia ed energia per spiegare l’informazione prodotta dalla moneta magica: nell’output della moneta magica il disegno è chiaro. In particolare, devono essere respinti i presupposti naturalistici che cercano di negare l’input informazionale esterno alla moneta appellandosi alla mancanza di processi fisici noti in grado di spiegare l’informazione. Il naturalismo, sia nella sua forma metodologica, sia in quella metafisica, non è un vincolo valido per la nostra nuova definizione di ID.
In conclusione, non tutto è progettato, ma tutto può essere il risultato dell’intelligenza. Entrambe le affermazioni sono vere. Le precedenti definizioni di ID, però, hanno reso difficile mantenere entrambe queste affermazioni senza contraddizione o confusione. La nuova definizione fornita in questo articolo consente di mantenere entrambe le affermazioni, promuovendo nel contempo una comprensione solida dell’ID che sia scientificamente fruttuosa e filosoficamente difendibile.
Ringraziamenti
Lo stimolo immediato per questo articolo è stato un dattiloscritto inedito che Jay Richards ha fatto girare fra i suoi colleghi dell’ID. Era intitolato Perché non dovremmo concedere ‹processi naturali ciechi e non diretti›. Suggeriva che la classe di contrasto al disegno in un’inferenza al disegno non dovrebbe essere considerata a-teleologica (cioè alla stregua di cause cieche e non dirette). Il punto di Jay era che permettere cause a-teleologiche concedesse troppo ai naturalisti e troppo poco agli aristotelici e ai tomisti, lasciando questi ultimi con una concezione dell’ID che risultava incompatibile con la loro metafisica e [che] pertanto [dava loro] un motivo convincente per rifiutare l’ID.
Sono stato a lungo consapevole di questa preoccupazione. Più di 20 anni fa, avevo persino fatto un tentativo parziale di rendere l’ID compatibile con la tradizione aristotelico-tomista. Lo feci nel dicembre 2001, quando tenni un discorso a un’assemblea dell’AAAS all’Haverford College. Il mio intervento si intitolava L’ID come teoria dell’evoluzione tecnologica e la proposizione di apertura recitava:
«Nel Libro II della Fisica Aristotele osserva che ‹se l’arte della costruzione navale risiedesse nel legno, allora esso produrrebbe gli stessi risultati per natura›».
Qualche anno dopo, sviluppai ulteriormente questo approccio aristotelico all’ID in un capitolo di un libro intitolato Un argomento teoretico-informazionale di design, apparso nell’antologia di Beckwith et al. intitolata Una risposta a tutti: un caso per la visione cristiana (IVP, 2004). Il presente articolo attinge a piene mani da quel capitolo.
Stimolato dal dattiloscritto di Jay e consapevole che, sebbene solo parzialmente, avevo già esperimentato in precedenza i suoi timori, avrei potuto lasciare passare settimane e mesi prima di affrontare seriamente le sue preoccupazioni. Ma nello stesso momento in cui ricevetti il dattiloscritto di Jay ero in viaggio verso San Paolo per la grande conferenza annuale brasiliana sull’ID (28-30 giugno 2024: grazie a Marcos Eberlin per l’invito!). Volevo avere qualcosa di nuovo da condividere con i miei colleghi brasiliani dell’ID, quindi decisi di rivedere la definizione di ID e analizzare come avrei dovuto adattarla per accogliere una metafisica aristotelico-tomista in cui tutta la causalità sia, in ultimo, teleologica.
Dopo alcune riflessioni, divenne per me chiaro che tale adattamento poteva essere facilmente realizzato preservando tutto ciò che è importante nell’ID. Inoltre, la nuova definizione sembrava rafforzare sia le basi scientifiche, sia quelle filosofiche dell’ID. Ho condiviso una ‹versione beta› di quella nuova definizione alla conferenza ID in Brasile. L’articolo presente è il frutto più maturo della mia riflessione. Si basa sul mio lavoro di due decenni fa, che mette in relazione l’ID e Aristotele. Nella sezione 5 ripercorre anche i miei recenti lavori che legano intelligenza e informazione. Indipendentemente dal fatto che questa nuova definizione rappresenti [o meno] l’ultima parola sulla definizione di ID, essa costituisce a mio avviso un progresso significativo nella chiarificazione dell’ID e nel rafforzare la sua posizione nelle discussioni scientifiche e filosofiche.
(Pubblicato anche in Bill Dembski su Substack; tradotto e pubblicato con il permesso dell’autore).






